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CONTRIBUTI
Paolo Lagazzi

Il ritorno di Hermes nella critica letteraria

«Nel segno del Tao e di Mercurio, distruggiamo la regia più autoritaria e autoreferenziale che ci sia: quella dell’Ego.»

(Roberto Caracci)

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Capire non vuol dire circoscrivere il senso di un testo. Paolo Lagazzi ripropone un’ermeneutica che rispetti Hermes in ogni senso, e il testo con lui. Un’ermeneutica critica ‘nel tempo’, nel divenire. Una critica mimetica che trova il suo esponente più acuto in Pietro Citati. L’autore-critico porta dentro di sé due archetipi: il Saltimbanco baudelairiano, che viaggia sulla corda sospesa, e l’illusionista o il Mago, che riesce a tirare fuori dal reale quello che è nascosto, ma anche quello che non c’è, che non esiste, e gioca sul filo del mistero tra realtà e apparenza, caratteristiche che Lagazzi indica in scrittori come Barilli, Bontempelli e Zavattini.

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er una liberazione delle linfe mecuriali della critica, così si può riassumere la proposta citatiana di Paolo Lagazzi. Le costellazioni critiche che ruotano nell’universo dell’autore sono dominate e illuminate dalla leggerezza, dalla versatilità, dalla mobilità caleidoscopica del dio Hermes.

1. IL RITORNO DI HERMES NELLA CRITICA LETTERARIA

Contro un approccio critico appesantito dall’ideologia, dal formalismo, dalla ricerca strutturale dei segmenti linguistici, semantici, fonosimbolici, di significante e di significato, che hanno ridotto negli ultimi decenni l’analisi testuale a una operazione da obitorio –autopsia chirurgica su corpo morto, anzi già ammazzato in partenza- Lagazzi ripropone fin dagli anni 90 in controtendenza una ermeneutica che rispetti Hermes in ogni senso, e il testo con lui, dinamica, creativa, fluida: l’esercizio critico come gioia, gioco, immaginazione, invenzione (v. I volti di Hermes, in Poesia).

2. CONTRO L’OGGETTO-TESTO DA LABORATORIO

Il testo letterario, almeno quando ha un valore che duri nel tempo, non va considerato come un oggetto da laboratorio da collocare davanti a sé, bloccato da mollette e ganasce metodologiche, paletti critico-ideologici preliminari, o spilloni per inchiodare le farfalle, e poi smontare o vivisezionare sulla base di griglie precostituite: letti di Procuste utili solo a stritolare un testo, più che a interpretarlo. Capire non vuol dire circoscrivere il senso di un testo.

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3. LA VIOLAZIONE DELLO S-VELARE

L’errore di molta critica dei decenni scorsi, che ha finito con trasformare il lettore furbo e smaliziato in una specie di detective delle forme, degli indizi, delle impronte di significato e di significante, sta nel non rispettare gli innumerevoli veli di cui un opera è fatta o da cui è avvolta, per s-velare o dis-velare un qualche nocciolo profondo di verità: semantica o strutturale. C’è qualcosa della ‘violazione’ in questa furia ermeneutica dalle pretese scientifiche, o addirittura una sorta di poliziesca ricerca della verità da far saltare fuori come in un giallo maldestro, unita a una censura di tutti gli indizi, le impronte e i ‘veli’ che non rientrano nella strategia di dis-velamento.

4-L’ABBRACCIO VIRTUOSO TRA TESTO E INTERPRETE DEL TESTO

Eppure la vita di un testo, che non sia preliminarmente anestetizzato sotto griglie ideologiche o simbolico-strutturali, sta nella stessa libertà creativa e rielaborativa di chi ne frusce – come insegna una buona ermeneutica critica- in quella sorta di ‘abbraccio virtuoso’ tra interpretante e intepretato, tra soggetto e oggetto, tra critico e autore, che fa di una semplice ‘rap-presentazione’- quella che colloca il testo davanti a sé per ‘esaminarlo’, un dialogo fra soggetti vivi, dove non esiste in fondo oggetto, neanche l’oggetto-opera.

5. IL PRIMATO DEL TEMPO E DELLA METAMORFOSI

E questa ermeneutica critica sotto il segno di Hermes trova conferma della sua validità quando si ricordi semplicemente il fattore Tempo, che non riguarda solo la vita del lettore-critico, ma anche quella dell’opera e dell’autore che vi si è trasfuso: quella proposta da Lagazzi è una ermeneutica critica ‘nel tempo’, nel divenire, dove la variabile stessa della Trasformazione e della Metamorfosi è fondamentale. Il modello di questa critica-nel-divenire, dove l’artista della parola non può rappresentare la tavolozza del mondo da un cavalletto fermo, è la ritrattistica del maestro Pietro Citati.

6-LA CRITICA MIMETICA E LA MERCURIALE DANZA

Del resto i mille volti di Hermes non sono solo quelli in cui un’opera si può manifestare a noi, ma quelli in cui noi –mettendo in causa noi stessi nel tempo- ci riveliamo all’opera, che dipende da noi come in fondo noi dipendiamo da lei. Questa sorta di abbraccio critico, dove non c’è solo dialogo e rispetto dell’opera e di chi vi è trasfuso, ma anche ‘amore’ (per quello che nella critica letteraria questo termine possa valere) fa parlare Lagazzi di una critica mimetica, quella che oggi trova il suo esponente più acuto e prestigioso in Pietro Citati: si tratta di un approccio in cui l’immersione nei grandi testi è vissuta mettendo in gioco la propria stessa voce critica, che viene modulata su quella dell’autore, sintonizzata sulle sue corde, con un ritmo oscillante di avvicinamento e necessario distanziamento che fa di questo tipo di critica una sorta di mercuriale danza.

7. LA CRITICA COME SCRITTURA E COME NARRAZIONE (O RI-SCRITTURA E RI-NARRAZIONE)

Non intende dire qualcosa di diverso Lagazzi quando dichiara più volte che la critica deve farsi Scrittura: il critico non è e non deve essere un chirurgo che operi a freddo, ma un interlocutore attivo che può dialogare con lo stesso strumento mobile e fluido dominante nel testo, ossia una scrittura che diventi essa stessa Narrazione. Ogni interpretazione critica è un Racconto, i cui colori vengono attinti –tra prossimità e distanza- all’arcobaleno dell’universo testuale.

8. PER UNA CRITICA EM-PATICA E UN RACCONTO ALTRO

La critica mimetica è nel suo fondo una critica ‘empatica’, che pone il lettore o l’ermeneuta in sintonia ‘patica’ con il testo e ‘chi’ vi è dietro, la voce che vi si rivela. Non si tratta di ‘fare il verso’ alla voce dell’autore, di parafrasarlo o cedere a una resa mistica all’esistente (come sosteneva Calvino sul «Menabò» accusando Citati), ma di ripartire dal testo e dalla sua musica, il suo ritmo, il suo spirito profondo, penetrando a ritroso i suoi sentieri e i suoi labirinti, rielaborandone i percorsi, le sue peripezie più segrete, le sue fibre –ri-narrandolo. Lagazzi, sulle tracce del maestro Citati, è sostanzialmente per una critica narrativa, una critica che sa raccontare un testo e dunque inserire il proprio stesso racconto nella trama del medesimo Universo Narrativo di cui il testo esaminato fa parte. In altre parole, illustrare un testo letterario non vuol dire semplicemente analizzarlo, smontarlo, trovarne i nessi e le giunture, ma raccontarlo, ri-narrarlo, dialogare con lui. Quello della Critica è un racconto Altro che si allontana dal Medesimo (il testo) solo per riavvicinarsi e farne risuonare le corde più segrete.

9. UNA CRITICA CHE NON SVELA MA IMMAGINA, PLASTICA, METAMORFICA E PROTEIFORME

Il critico moderno, in quanto narratore, secondo Lagazzi, è una figura che non solo interpreta e spiega (anzi, spiegare non dovrebbe essere il suo compito), ma immagina, dentro e oltre il testo, e immaginando rispetta i veli di cui l’essenza del testo è coperta –senza svelare una presunta verità, senza cioè fare opera di s-mascheramento. Al carattere prospettico e proteiforme dell’autentica opera d’arte, che non è mai simile a se stessa e non offre mai un solo volto, fa da contraltare il prospettivismo della critica mercuriana di Lagazzi, che si abbandona alla plasticità, alla poliformità e al tras-formismo magico (come passaggio attraverso le forme dell’apparire) della scrittura metamorfica.

10. LE FIGURE DEL SALTIMBANCO E DEL MAGO

In questo senso, che rimanda a un’altra figura del mito non molto dissimile da Hermes, ossia Proteo, l’artista, autore o critico che sia, porta dentro di sé due figure simboliche, due archetipi viventi: l’uno è quello del Saltimbanco, come quello baudelairiano, che viaggia sulla corda sospesa, in bilico fra cielo e terra; l’altro è l’illusionista o il Mago, che riesce a tirare fuori dal reale quello che è nascosto, ma anche quello che non c’è, che non esiste, e gioca sul filo del mistero tra realtà e apparenza. I mille volti o veli dell’opera d’arte sono quelli che una critica ideologica o formalista vorrebbe azzerare, alla ricerca del sostrato di verità, laddove una critica mimetica o empatica o narrativa è quella che danza su e dialoga con quei mille volti, sul filo dell’incanto, della trasformazione, della magia.

11. LA GRANDE TELA DELLE RELAZIONI SIMPATETICHE E ALCHEMICHE DELL’UNIVERSO MAGICO

Magia nella scrittura e nella critica vuol dire anche capacità di cogliere i mille nessi, legami, rapporti di cui l’immenso reticolato della vita è tessuto. Vuol dire dunque Alchimia, simbolismo delle cose, rete di analogie e di rinascimentali simpatie: quella fitta proliferazione di riferimenti e raccordi di cui la magistrale critica di Citati è per esempio intrisa. Anche qui, la critica dei decenni scorsi –rispetto alla scatola magica dell’opera d’arte- ha manifestato più l’intenzione dello svelamento del trucco che quella di assecondare il carattere prospettico e illusionistico dell’opera.

12. DALL’UNO PLOTINIANO AL MOLTEPLICE IN CUI TUTTO SI RIFLETTE IN TUTTO

Ridurre all’Ordine o a un unitario sistema semantico è sempre stata la totalitaria aspirazione di un certa critica letteraria. Ben diverse sono le infinite diramazioni di quella Unitaria tela di ragno che è l’opera di Citati, dove l’uno plotiniano non totalitaria si apre all’ammiccante gioco delle analogie e delle simpatie, delle differenziazione e delle affinità elettive. E’ questo il flusso metamorfico di una scrittura che abbandona le rigide griglie del formalismo e si lascia trascinare dalla Scrittura, più con lo spirito della musica che quello dell’architettura, dove tutto è in tutto, tutto si riflette in tutto.

13. IL TAO DELLA CRITICA E TRE ESEMPI DI FUNAMBOLI

Lagazzi, mosso da questo provocatorio Tao della Critica - come lo definisce Trevi nella prefazione - ritrova le figure del saltimbanco e del funambolo, del mago e dell’illusionista, in scrittori come Bruno Barilli, con la sua istrioneria prodigiosa; Bontempelli, mago bianco, col suo gioco paradossale di superfici e profondità; Zavattini, col suo ubriaco caleidoscopio di invenzioni.

14. LA MUSICA DELLA METAMORFOSI, NELLA LIBERAZIONE DALL’EGO AUCTOR

La critica, come racconto e narrazione, deve dunque recuperare quel carattere empatico, mimetico, che la lega al testo e ne fa un interlocutrice privilegiata del testo stesso- altro testo. Deve sottoporsi alle leggi del divenire che governano l’opera d’arte, nelle sue fibre e nella sua fruizione, sintonizzarsi sul quella musica della metamorfosi di cui Citati ci ha dato il più valido esempio. Ma soprattutto, nel segno del Tao e di Mercurio, deve coltivare la pluralità dello sguardo, il valore dell’alterità, e quell’abbandono al caleidoscopio delle forme estetiche che presuppone la rimozione della regia più autoritaria e autoreferenziale sul flusso delle cose: quella dell’Ego. Solo così la Magia della vita, e del testo che la racconta, sarà liberata.

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NOTE



BIBLIOGRAFIA

Milano, 2007-02-09 10:46:34

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«Non dunque la fede come tale, ma la servitù al dogma religioso, che della fede è la degenerazione, crea problemi per la democrazia. Esattamente, però, come, dall’altra parte, il relativismo scettico dell’“una cosa vale l’altra”. Due dunque i pericoli, e opposti: presso il credente, l’eccesso nel dogma; presso il laico, l’eccesso nel dubbio.»

(Gustavo Zagrebelsky, Contro l’etica della verità, Later

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