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CONTRIBUTI
Tiziano Salari

Passione di conoscenza e verità della poesia

Equivalenza tra scrittura poetica e scrittura saggistica

(Tiziano Salari)

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Come mai, in un’epoca di distruzione della tradizione, il rapporto tra Poesia e Filosofia si è fatto così stringente? Cerchiamo di capire (parte I) come la vita tenti di farsi intelligibile attraverso il linguaggio, e come Poesia e Filosofia procedano unitariamente in questo compito di trasparenza, in cui tentano di ritrovare la loro unità originaria

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on mi propongo di offrire, né alla fine né al principio del presente intervento (ƒ), una lista di nomi, per così dire un controcanone rispetto a quelli che ci sono stati proposti. Infatti una proposta di altri nomi, che a mio parere sono egualmente o più meritevoli di quelli presenti nelle varie antologie, ma altrettanto suscettibili di critiche e contestazione di valore, non farebbe che convalidare un metodo che ci farebbe presumere di poter stabilire una volta per tutte quali poeti sono maggiori e quali poeti sono minori.

E inoltre, data la moltiplicazione di presenze, ci troveremmo in una selva poetica, dalle diramazioni imprevedibili e generazionali, senza capire bene perché dovremmo leggere tanta poesia. Ma se parlare del primo Novecento rimanendo all’interno dei confini geopolitici della lingua italiana significa muoversi in un’area periferica in cui si riflettono smorzati e tardivamente i temi delle grandi e tragiche motivazioni della grande letteratura della crisi, paradossalmente, parlare del secondo Novecento nell’ambito della letteratura nazionale, dovrebbe allinearci immediatamente a quella koiné internazionale della poesia, indipendentemente dalla lingua nella quale viene scritta, nella quale sembra essere venuta meno l’ambizione della grande letteratura del primo Novecento, ed aver dato luogo soltanto a canoni di basso profilo.(1) Ed è a mio parere questa una delle ragioni per cui la poesia italiana del secondo Novecento stenta a dare un’immagine di se stessa e che probabilmente ci impone la fuoriuscita dall’ambito stesso della letteratura e della poesia, se questa continua ad essere letta secondo metodi e criteri tradizionali.

Dunque la recente apparizione di alcune antologie della poesia italiana della seconda metà del Novecento ci spinge ad interrogarci sui destini attuali della poesia (di cui questo seminario si è fatto carico), ma anche, sorprendentemente, a renderci conto di una sproporzione tra quanto viene raccolto e antologizzato e quanto rimane latente, o nascosto, o rimosso dal quadro. Indagare le ragioni di questa povertà (o sordità) nel delineare le linee contemporanee della poesia, significa anche interrogarsi sulla critica, che nel migliore dei casi (lasciando perdere altre ragioni più contingenti di opportunità editoriali) è la principale responsabile di questo depauperamento che ci porta a fare la domanda fondamentale: miseria della critica? o miseria della poesia?

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E questo non perché manchino saggi che si sforzano di essere panoramici, come quelli di Stefano Giovanardi, di Daniele Piccini o di Enrico Testa, a introduzione delle rispettive antologie,(2) ma perché le coperte, per così dire, sembrano troppo ristrette e precostituite rispetto agli spazi da coprire. Insomma, parafrasando Wittgenstein, c’è un’immagine che tiene prigionieri i critici di poesia (e gli stessi poeti), e non possono venirne fuori perché tale immagine giace nel loro linguaggio, che continua a ripeterla inesorabilmente.(3)

Ora questa immagine ha assunto nel corso del tempo diverse formulazioni, come poesia e non poesia nei primi quaranta anni del secolo, perdita dell’aura e abbassamento del linguaggio poetico alla medietà linguistica nel secondo Novecento e altre ancora ma tutte provocando degli schematismi nell’interpretazione della poesia. Solo la battaglia contro questo incantamento può, se non altro, diradare le nebbie, e aprire lo sguardo (e il linguaggio critico) verso nuove prospettive. Non che gli estensori di tali panoramiche non si rendano conto della difficoltà di arrivare a delle rappresentazioni convincenti data l’attuale situazione editoriale, anche se poi risulta del tutto incoerente con le premesse l’essersi messi al lavoro su un materiale del tutto insufficiente e soprattutto dando per scontato che, almeno per la prima metà del Novecento, sembra essersi consolidato un canone sulla base di solide premesse metodologiche. Così Piccini: «Una bussola sicura, pur in presenza di alcune effettive opzioni forti, è rappresentata dall’ormai classico lavoro Poeti italiani del Novecento (1978) di Pier Vincenzo Mengaldo». Anche Giovanardi dà per acquisito (ed esaurito), sia pure problematicamente, un canone della poesia italiana nella prima metà del secolo, e avviate nuove esperienze nella seconda metà del secolo. E Testa parla addirittura di «rivolgimento», avvenuto a partire dagli anni Sessanta, in collegamento con le «trasformazioni subite dalla realtà sociale». In Italia sono, secondo le analisi di Pasolini, il momento del ‘trauma’ tra una civiltà contadina e arcaica e la crescita industriale del boom neocapitalistico. Direttamente o indirettamente, ma con molte incertezze di prospettiva, viene data per acquisita «la coscienza dell’esautorazione del valore trascendente della poesia» (Testa) e l’abbassamento del poetico a un linguaggio desublimato, alla prosa. Ma questa è proprio quell’immagine del poetico che tiene prigioniera l’attuale mentalità critica (e alla base della koiné internazionale del poetico) e impedisce alla poesia di cogliere il tragico o la molteplicità delle trasformazioni dell’essere e della vita dei nostri tempi.

Come uscirne?

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Come avvio vorrei prendere questa citazione da Michel Foucault: Del tema che sceglierei come punto di partenza trovo la formulazione in Beckett: «Che importa chi parla, qualcuno ha detto, che importa chi parla. È in questa indifferenza, penso, che bisogna riconoscere uno dei principi etici fondamentali della scrittura contemporanea».(4) La nozione di autore, se ha avuto un peso per il passato, nei processi di rappresentazione e memorizzazione, e ha dato vita anche sul piano scolastico alla antologizzazione e alle storie della letteratura, oggi continua ad avere lo stesso senso? E che significa porre al centro la scrittura piuttosto che gli autori e la gerarchia dei discorsi?

Secondo Severino «nella sua essenza la filosofia contemporanea è la distruzione inevitabile della tradizione filosofica e dell’intera tradizione dell’Occidente».(5) Ma anche la poesia è giunta alla stessa fase della distruzione inevitabile della sua tradizione occidentale. E anzi mai, come nella nostra epoca, filosofia e poesia sono state implicate nelle stesse problematiche. In primo luogo si prenda la differenza tra concetto e sua espressione linguistica che, secondo varie declinazioni, va sotto il nome di differenza. Le scritture filosofiche tendono sempre di più ad esprimersi in linguaggio analogico, metaforico. Nietzsche, Bergson, Husserl, Heidegger, Derrida, Deleuze. La stessa tradizione che Severino vede tramontare, indicando in Leopardi e in Nietzsche il culmine nichilistico della stessa vede due poeti (o due filosofi non tradizionali) assurti allo stesso rango di pensatori. Ora, quello che a me interessa, non è tanto risalire attraverso la tradizione, fino alle origini, e trovare i momenti di unità e di separazione di Poesia e Filosofia, quanto capire perché, in un’epoca di distruzione della tradizione, questo rapporto si sia fatto più stringente, fino a una sovrapposizione d’intenti, di linguaggi, di comune ricerca del senso. Non si intende invadere il campo della critica letteraria, anche se mi sembra essa abbia ormai mostrato i suoi inguaribili limiti, fino a far parlare, da parte di uno dei suoi cultori migliori, di “eutanasia della critica” e della necessità di una sua trasformazione.(6) Quanto si tratta di capire come la vita tenti di farsi intelligibile attraverso il linguaggio, e come procedano unitariamente Poesia e Filosofia in questo compito di trasparenza, in cui tentano di ritrovare la loro unità originaria…

Quindi non la verità, ma la vita è l’obiettivo che congiunge insieme Filosofia e Poesia e non è certo un caso che «per una singolare coincidenza, l’ultimo testo che Michel Foucault(7) e Gilles Deleuze(8) hanno pubblicato prima di morire ha, in entrambi i casi, al suo centro il concetto di vita».(9) Ora, come sottolinea Agamben commentando le ultime riflessioni di Foucault e di Deleuze, «strappando il soggetto dal terreno del cogito e della coscienza», la vita viene ad essere un campo di erranza infinita al di là degli stessi vissuti soggettivi, qualcosa insieme di impersonale e di trascendentale.

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«Che cosa può essere una conoscenza che non ha più come correlato l’apertura al mondo e alla verità, ma solo la vita e la sua erranza?» Intendo soltanto qui sottolineare una tendenza, un orizzonte problematico, all’interno di quella distruzione della tradizione occidentale a cui da versanti diversi è approdata la tradizione filosofica, la cui situazione attuale potrebbe essere definita: dopo la filosofia.

Ora, che la poesia appartenga allo stesso orizzonte (una delle cose da condividere dell’antologia di Enrico Testa è il titolo: dopo la lirica) non significa altro che la poesia s’interroga (interroga l’ente, la vita), sull’immanenza e la trascendenza, ma soprattutto la destituzione di un soggetto privilegiato a cui rapportare la vita, a favore di una più articolata e complessa interrogazione dell’essere.

Quasi un secolo prima, nella Lettera a Leo Popper, inclusa ne L’anima e le forme di György Lukàcs, torna prepotente il concetto di vita in rapporto alla questione della verità. Parlando del saggio critico come opera d’arte, come genere artistico autonomo, Lukàcs dice: «Il saggio tende alla verità, esattamente, ma come Saul, il quale era partito per cercare le asine di suo padre e trovò un regno, così il saggista, che sa cercare realmente la verità, raggiungerà alla fine del suo cammino la meta non ricercata, la vita».(10) Quindi, a distanza di quasi un secolo gli uni dagli altri, il giovane Lukàcs e al punto estremo della loro maturità filosofica, Foucault e Deleuze, ritrovano nel concetto di vita un terreno più propizio di quello illusorio di “verità” da aprire alla nostra ansia di conoscenza. Inoltre Lukàcs indicava, quasi un secolo fa, una via alla critica: che era la concezione del saggio critico come un genere artistico autonomo e non subalterno alle opere d’arte di riferimento, ma appunto teso al ritrovamento della vita, attraverso una ricerca della verità.

Ci troviamo in un tempo, ormai, sotto il dominio della Scienza e della Tecnica, in cui non dovrebbe suonare più stranamente l’unione di poesia e filosofia, che hanno nella scrittura la fonte del loro confrontarsi col senso, né l’equivalenza tra scrittura poetica e scrittura saggistica, e certo la verità non va intesa nel senso tradizionale di una adeguazione tra la cosa e l’intelletto, ma di una molteplicità di vie, di sentieri interrotti, d’interrogazioni rivolte alla vita, sia rispetto alla propria esistenza soggettiva, che a quella universale, e scoperte o riscoperte nella rivelazione della scrittura. Ci possono essere scritture più o meno intense, sofferte, in continuità con la tradizione o di rottura della tradizione, spontanee o calcolate secondo gli effetti più suggestivi, ma tutte esprimono un modo di essere al mondo e di ricerca della verità. Ripercorrendo il Novecento affiorerebbero tanti aspetti rimossi, o analizzati unilateralmente dalla critica, o addirittura cancellati dal quadro, fino a far diventare naturale e indiscutibile un canone poetico, allo stesso modo che una visione del mondo (di cui quel canone è specchio).


Per esprimere la tua opinione e partecipare al dibattito aperto innescato su questo autore:



NOTE
1 Cfr. T. SALARI, Le asine di Saul (Anterem Edizioni, Verona 2004, p. 36), riguardo alla prima metà del secolo. «Pur essendo stati anni di fervore filosofico e letterario, le avanguardie in Italia non sono riuscite a costruire pietre miliari nella storia della letteratura, come in Inghilterra, poniamo, l’Ulysses di Joyce e The Waste Land di Eliot, dopo le quali ogni opera avrebbe dovuto confrontarsi con quelle vette. E questo al punto di far considerare ogni libro venuto dopo, come si chiede interrogativamente un critico nella recente Storia della civiltà letteraria inglese (Utet, 1996 volume terzo, p. 399), “un canone di basso profilo”. In Italia nessun libro, poetico o narrativo, ha assunto questo ruolo […]».
2 S. GIOVANARDI, Introduzione a Poeti italiani del secondo Novecento (1945-1995) a cura di M. CUCCHI e S. GIOVANARDI, Mondadori, Milano 1996; D. PICCINI, Introduzione a La poesia italiana dal 1960 a oggi, a cura di D. PICCINI, Rizzoli, Milano 2005; E. TESTA, Introduzione a Dopo la lirica. Poeti italiani 1960-2000, a cura di E. TESTA, Einaudi, Torino 2005.
3 L. WITTGENSTEIN, Ricerche filosofiche, Einaudi, Torino 1974, Parte prima, 115: «Un’immagine ci teneva prigionieri. E non potevamo venirne fuori, perché giaceva nel nostro linguaggio, e questo sembrava ripetercela inesorabilmente».
4 M. FOUCAULT, Che cos’è un autore in ID., Scritti letterari, a cura di C. MILANESE, Feltrinelli, Milano 1971, p. 3.
5 E. SEVERINO, L’anello del ritorno, Adelphi, Milano 1999, p. 15.
6 M. LAVAGETTO, Eutanasia della critica, Einaudi, Torino 2005.
7 M. FOUCAULT, La vie: l’expérience et la science, «Revue de Métaphysique et de Morale», gennaio-marzo 1985, ora in ID., Dits et écrits, Gallimard, Paris 1994, vol. IV, pp. 763-77.
8 G. DELEUZE, L’’immanence: une vie…, «Philosophie», 1995, n. 47.
9 G. AGAMBEN, L’immanenza assoluta, in ID., La Potenza del pensiero, Neri Pozza, Venezia 2005, pp. 377-404.
10 G. LUKÀCS, Una lettera a Leo Popper, in ID. L’anima e le forme, Sugar, Milano 1972, p. 26.

Le immagini (dall'alto):
Reiner Maria Rilke
Michel Foucault
Emanuele Severino
György Lukács, Interfoto MTI Budapest—Eastfoto



BIBLIOGRAFIA
∫ Il presente saggio è tratto dagli atti – a cura d Raffaella Castagnola e Luca Zuliani – del convegno Filologia e commento: a proposito della poesia italiana del XX Secolo, che si è tenuto all'Università di Ginevra, dal 31 maggio al 1 giugno 2006. Franco Cesati Editore.

Milano, 2007-10-22 16:36:56

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