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CONTRIBUTI
Daniele Piccini

L'amore nelle stagioni in fuga

L'esperienza cosmica di Daniele Piccini

(Roberto Caracci)

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Con Altra stagione, Daniele Piccini disegna il reticolo di un canzoniere che pur utilizzando immagini e motivi della tradizione italica conserva una sua struggente modernità. Ardere nel presente vuol dire essere sottoposto a un processo alchemico di trasformazione, affrontare una dolorosa partenogenesi. Vivere non è solo metamorfosi, ma anche desiderio di ripartire ogni volta dallo zero assoluto del ventre e l’amore riporta nel sangue questo desiderio di origine

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e emozioni trasmesse dalla poesia di Daniele Piccini sono legate a momenti, atmosfere e mutamenti ‘stagionali’, ossia a contesti – analogicamente elaborati – in cui la temperie psichica si apre a una dimensione insieme meteorologica (di una meteorologia dell’anima, oltre che fatta di cieli e nuvole) e cosmica.

1. UNA METEOROLOGIA DELL’ANIMA

L’io è diluito nel divenire delle emozioni, destinato a trattenerne la deriva e il conflitto, e trascorre col passaggio dei giorni, con l’erranza delle nuvole. Questa liquidità eraclitea, dove anche il polemos delle emozioni trascina una sorta di proliferante storia interiore, si accompagna ad una fenomenologia del bruciare, che trova nel fuoco o nella fiamma un nucleo simbolico fortemente espressivo: il divenire dell’esperienza che si fa storia o canzoniere, malgrado la mancanza di un senso o di un orientamento riconoscibili, si identifica anche con un ardere, che ha la qualità montaliana di ciò che dura e perdura, e il rischio inesorabile della combustione e dell’entropia.

2. ARDERE NEL PRESENTE

Ma più spesso «ardere nel presente» vuol dire per il poeta essere sottoposto suo malgrado, nella febbre dell’esperienza, a un processo quasi alchemico di trasformazione, che ha dentro tanto la morte quanto la vita, tanto la fine quanto la rinascita: lo struggersi e il distruggersi di una esperienza, anche quando è una esperienza d’amore, finisce con il chiudere porte e aprirne altre, chiudere stagioni e a aprirne ‘altre’, trovare anche qui montaliani varchi nella catena dell’essere, dischiudersi al nuovo, oltre e nel dolore. Così vivere e mutare, amare e trasformarsi, soffrire e generare, sono in fondo la stessa cosa, la stessa bruciante fucina di senso.

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3. IL TREMORE DELL’IO E DEL MONDO

Il binomio pavesiano amore e morte attraversa entrambe le stagioni, quella che termina e quelle che nasce. La stessa ferita assume una significato ambivalente nel suo chiudersi sopra il dolore e nel rimanere aperta al dolore, attraverso il dolore, e dunque al suo oltrepassamento. L’esperienza nel presente è febbre e tremito, ma ciò che accade al poeta – e non solo sotto forma di auspicio – è di partecipare in questo modo alla febbre e al tremore stesso del mondo («tremare è la grafia di io», «…tremare vorrei con tutto ciò che è mondo»), sentirsi – per citare al contrario Ungaretti – una indocile «fibra dell’universo»).

Vi è in Piccini un continuo oscillare tra dimensione microcosmica e macrocosmica, che apre alle infinite connessioni tra anima e universo, tra sensibilità individuale e sensibilità del mondo cui apparteniamo; tra ciò che accade a noi nella psiche e nel corpo e ciò che accade alle cose che ci circondano, alla terra intera. Si potrebbe parlare, semplificando, di una esperienza cosmica dell’io: lo sguardo tende a sollevarsi, a universalizzare l’esperienza del quotidiano e a rappresentarla in una luce ferma, lontana, pur se prospettica e avvolgente. E’ come se dietro l’io ci fosse sempre qualcosa o qualcuno, una voce, uno sguardo, un controcanto, che lo accompagnano e non lo lasciano mai solo. Nella febbre, nell’anarchia, nella dispersione, l’esperienza sembra dunque dotata di senso quando si espone a questo sguardo, quando il poeta intende che ciò che accade a lui non accade solo a lui: accade.

4. IL DOLORE E LA GESTAZIONE DEL DOMANI

L’evento psichico assume valore in questa sorta di esplorazione che, pur non trattenendo l’esperienza, in qualche modo la raddoppia come uno specchio, la moltiplica, e la rende quasi destinale. In altre parole, si potrebbe dire che in Piccini l’evento emotivo contingente, puntiforme, pulviscolare, venga accompagnato sulla scia della deriva, della dispersione, e ‘salvato’ in virtù di una rappresentazione panoramica che trasforma il caso interiore in destino, il buio dell’esperienza in brillio. Ecco perché talvolta si ha la sensazione che per il poeta il dolore covato abbia il sé il seme del ‘partorire’ altro da sé, del produrre nuovi orizzonti, oltre che nuove stagioni: sono le lunghe doglie della gestazione, anche in attesa di qualcosa che non si sa cosa sia, ma sarà, oltre il punto di svolta, il cambio-pagina.

5. SCENOGRAFIA MOBILE DELLA DISILLUSIONE

Certo, il senso della fragilità e della dispersione, della precarietà e della fugacità degli scenari psichici, attraversa questo libro, così come quello del binomio leopardiano-pavesiano illusione/disillusione. Non vi è però il salto nella ricerca di stabilità e di sicurezza, come manca all’opposto il momento depressivo-crepuscolare o addirittura il compiacimento decadente: il tono è quello del bilancio provvisorio, della smobilitazione e del ri-pensamento, del ‘trasloco’ da un tempo a un altro, o da uno spazio psichico all’altro. Siamo dentro una scena, scrive più volte il poeta, ma si tratta di uno scenografia mobile: sipari che si aprono e si chiudono, piattaforme teatrali che ruotano su se stesse e scompaiono, per ritornare non più come prima – non c’è ossessione in Piccini –, o più precisamente con qualcosa di altro, di nuovo, di inaudito che brilla fra le pieghe nel volto di sempre.

*

6. LA SPIGA DEL FUTURO E LA TENTAZIONE DEL RITORNO

La vita è un tornare e un perdersi, un trovare tutto e niente come prima (v. la prima poesia di Lettere segnate dai fondi del bicchiere), un ritrovare il vuoto e insieme ad esso un angoscioso luccichio, nel pieno di sempre. «Nessuna quiete ferma il respiro» del poeta, è una febbre e un «eterno perdersi» nell’amore, come nella vita: e forse in tal senso vivere è un continuo risorgere, un continuo riprendere la strada da un inevitabile smarrimento. L’oscillazione è anche quella tra l’ansia del ricominciare e l’impossibilità del tornare – in amore più che mai – tra la «spiga del futuro» che stenta a maturare e la tentazione del ri-perdersi nel passato, che non esce dalla vaporosità del ‘fantasma’, e dunque dal rischio fatale dell’evanescenza. (“Senza ritorno la terra sognata della tua giovinezza”). La donna amata diventa, in questa scenografia mobile, eraclitea, traccia dell’esperienza da decifrare, una immagine che ri-balena nel tempo, una immagine stessa del tempo, come se il tempo si incarnasse e concretizzasse nel fantasma femminile (che qualche volta sembra esso stesso il custode di un giardino o nido irrecuperabili, come l’infanzia per Leopardi o Pavese).

7. LA CRESCITA MALGRADO NOI

E così il tempo cresce e matura sopra di noi, attraverso noi o nostro malgrado, di noi nutrendosi. E lo stesso «trillo di rinascita» della primavera sembra nutrirsi crudelmente delle lacrime del poeta, come una pianta di acqua piovana. Il catalizzatore di questo processo di «crescita malgrado noi», resta l’amore. La splendida immagine dei fondi del bicchiere impressi sulle lettere scritte all’amata, «incurvate dal pianto», sono traccia di una traccia, l’orma involontaria che lascia non l’amore, ma il tentativo di riesumarlo. Talvolta pare che il tormento del poeta identifichi le disperate strategie di metabolizzazione della disillusione e del disincanto con una sorta di eutanasia del cuore che possa portare a una fuga in avanti, in altra stagione. Anche se poi è la stessa vita, nella sua infinita prismatica inesauribilità di risorse (e di stagioni), a chiamarci, a offrirsi nuove scenografie, nuovi paesaggi di nuvole e forse amori in transito: a chiamarci dunque, a dimenticare, o a fare il salto, a elaborare il lutto degli attimi felici.

8. LA MORTE COME SEME

Se chi ha assaporato l’amore ne può sentire sulle labbra il sapore a distanza di mesi o anni, è vero che quel sapore sa anche di ritorno, e qualche volta il ritorno sa di pace, di nulla, e di morte. «La morte è un seme che tu nutri», scrive Piccini con accento pavesiano. «Assaggiare il tuo sapore avvicina di un’ora in più la mia morte». «Se penso… alla pace che distendi sul mio corpo.» «…. È vero abbastanza / da implorare di nuovo la pace / dal lampo della morte…») Il tema è antico, ma il poeta lo elabora con una dolcezza disincantata, una lucida freschezza, che paradossalmente non danno alcun tono di mestizia a questi versi, caratterizzati piuttosto da una stupefazione luminosa, un nitore di fermezza quasi classica che contiene in una misura controllata la fibrillazione delle emozioni rappresentate. Passato e presente sembrano fondersi in quella figura di donna, che diviene fantasma della mente, imago di sogno, oggetto di cui si può dubitare se sia stato davvero reale.

*

    I giorni della gioia sono brevi
    e resta il dubbio se sia stato sogno
    il brevissimo punto..

E’ l’esperienza puntiforme, discontinua, della felicità (per la quale, scriveva Montale, si corre «sul fil di lama»), alla quale si contrappone la tentazione di custodire tra le mani quella felicità, di fermarla, o almeno di viverla in una pace duratura, con la consapevolezza che quella può essere la pace stessa della morte. Bisogna accettare la crudeltà dei fiori che fioriscono e poi muoiono, ciò che ‘ossessiona’ forse anche Dio.

9. MODULAZIONE DELLA CITAZIONE

Tra le frecce del suo ricco arco poetico e del suo repertorio linguistico-retorico, Piccini utilizza frequentemente immagini della nostra tradizione lirica, leopardiana, montaliana o pavesiana, spesso riconoscibili, ma declinate in una ‘maniera’ tutta sua: come accade alla leopardiana luna, quella in particolare del Cantico notturno di un pastore errante. A quella luna che il pastore leopardiano interrogava, alla ricerca di un senso cosmico, universale del divenire, il poeta dichiara di non rivolgere più domande: si tratta di una luna «ghiacciata» a cui egli augura di avere pace nei «cicli» che percorre, ma al tempo stesso «donna tenera» e pietosa degli uomini, almeno lei. La ‘citazione’ di Piccini è sempre leggera, in fieri, curvata sul proprio discorso poetico, che come quello leopardiano appartiene a una ‘poesia discorsiva’: un interrogare sul senso, o sui sensi, dell’esperienza esistenziale, in un percorso che è insieme lirico ed ermeneutico, ‘cantato’ e fenomenologico.

C’è il Pascoli del Gelsomino notturno, ad esempio nei versi «Credo di essere vivo / e di trovare prese le celle…»

E c’è Catullo in questo incipit: «Le decisioni delle donne sono oracoli su foglie morte, vengono come piogge…». Un allusione alle foglie della Sibilla che ricorda il «dicit sed mulier cupido quod dici amant,/ in vento et rapida scribere oportet aqua».

E’ la stessa fragilità dei pacta servanda in amore, dello «strano contratto» che il poeta ha stabilito con la sua donna, di questa tacita accettazione di vivere solo nel «dolce furioso presente» – da cui eternamente ricominciare- presente e senza futuro, senza un dopo riconoscibile. Restano frammenti e schegge, («un puzzle di pezzi») memoria anch’essa labile di una passione: ancora ombre e fantasmi di una vita sulle cui tracce si va come un segugio o un detective maldestro. E così, in questa confusione di nostalgia e di smemoratezza, si diventa irriconoscibili a se stessi e si è condannati, nel bene o nel male, al mutamento. Dietro il mistero inafferrabile della donna (e cui stesso istinto è «mistero come il fuoco o come i morti») vi è l’inafferrabilità stessa della vita, la sua deriva verso l’evanescenza della realtà trasformata in imago e la coazione a ri-nascere.

. 10. LA CORDA TESA TRA IL NASCERE E IL RI-NASCERE

Il poeta è teso tra un passato che è come «un indovino morto» e il domani che è’ «una stella che brucia», tra un ritorno all’origine, al luogo stesso del nascere, e un distacco che è partire, rinnovarsi nel fuoco dell’esperienza, ri-nascere. Forse sarà vero che, pur portandocela dietro e non potendo mai del tutto svezzarsi da lei, «la giovinezza non esiste», come recita il titolo di una sezione. Ma forse vale per la giovinezza quello che vale per l’amore: bisogna saper morirvi per rinascere. Anche perché ciò che non tramonta, e non deve tramontare, è il «desiderio» nel cui «imbuto», dice il poeta, cresco e «divento la mia nascita» – lucertola, insetto, bestia. Vivere non è solo metamorfosi, ma anche questo desiderio di ripartire ogni volta dall’origine, dallo zero assoluto del «ventre» (ventre marino): e l’amore, anche nel bruciare del ricordo, della reverie, o della semplice nostalgia, ti riporta nel sangue questo desiderio di origine, ben oltre la fragilità della giovinezza improbabile.

11. PRIMA CHE SIA TROPPO TARDI

Tra slanci e ferite d’amore, come scrive Lagazzi nella postfazione, Piccini disegna il reticolo di un canzoniere che pur utilizzando immagini e leit motiv di italiana tradizione, da Petrarca a Leopardi a Pavese, conserva una sua struggente modernità. L’amore qui è legato alle montaliane occasioni che ne fanno scaturire la domanda di senso, ma forse è l’amore stesso, nel suo carattere misterioso, meduseo, sibillino, a rappresentare un'occasione, un kairos che si ripete. Il tempo dell’amore è caleidoscopico, ma insieme puntiforme e pulviscolare. E la stessa figura di donna che lo incarna poi resta come traccia, figura, fantasma di tempo. E’ la temporalità probabilmente a dare all’amore – come Proust aveva già magistralmente raccontato – il suo carattere di esperienza in bilico, oscillante, sull’orlo dell’abisso e della morte. Ma un abisso che fa intravedere il varco, il passaggio, il brillio di un’altra stagione. Poi, che le cose vadano come devono andare, o come vogliono andare, ce lo potrebbe dire solo una Sibilla dagli antri dell’universo o della nostra anima. Sarebbero comunque responsi scritti su foglie, affidati al vento, e al tempo. Da leggere al volo, nel lampo del presente, prima che sia troppo tardi.


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NOTE
Le immagini (dall'alto):
Falò tra amici
Rudoph Tegner (1873-1950), Partenogenesi di Atena
Robert Doisneau, Le baiser de l'Hotel de Ville, 1950
Robert Doisneau, Versailles, 1966



BIBLIOGRAFIA
Daniele Piccini, Altra stagione, Aragno editore, 2007

Milano, 2008-01-24 17:53:13

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