JORGE LUIS BORGES, LO SCRITTORE ARGENTINO AUTORE DEI NOVE SAGGI DANTESCHI

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Jorge Luis Borges

Un cercare pieno d'incanto
(di Francesco Carbone)

«La Commedia è un libro che tutti dobbiamo leggere. Non farlo significa privarci del dono più grande che la letteratura può offrirci, significa condannarci a uno strano ascetismo»

J.L.Borges
Jorge Louis Borges
a prima volta, Borges lesse la Commedia nei «silenziosi e lenti tranvai» che lo portavano al lavoro in una biblioteca di Buenos Aires. La leggeva in inglese, con il testo italiano a fronte. Quasi alla fine del Purgatorio, nel «preciso momento» in cui Virgilio abbandona Dante, sentì che poteva «leggere direttamente il testo italiano e guardare quello inglese solo di tanto in tanto». Così imparò che è talmente mirabile “l’intonazione” dei versi di Dante, che «sappiamo ciò che pensa non da ciò che dice, ma dalla poeticità, dalla intonazione, dall’accento della sua lingua».

Da allora, soprattutto per la parte centrale della sua vita, per Borges Dante restò un libro aperto: «Ho letto molte volte la Commedia […] non conosco altro italiano che quello che mi ha insegnato Dante e quello che mi ha insegnato Ariosto».

Forse il verbo giusto è cercare: subito, nella selva, Dante dichiara a Virgilio l’amore che gli ha fatto cercar per tutta la vita l’Eneide: cercare un libro dà l’idea dell’esplorazione, del movimento, del tentativo ogni volta diverso.

I saggi di Borges hanno questa natura consapevole di azzardo di uno dei tanti percorsi possibili: sull’oscuro caso di Ugolino, sulla metafora dell’oriental zaffiro, sull’aquila paradisiaca, su Francesca, su Ulisse, su Beatrice. Sempre c’è la restituzione di un piacere: «il fatto è che nessun libro mi ha dato emozioni estetiche altrettanto intense. E io sono un lettore edonistico; io, nei libri, cerco emozioni».

«Io consiglierei al lettore di dimenticare le discordie tra guelfi e ghibellini, di dimenticare la filosofia scolastica, di dimenticare anche le allusioni mitologiche e i versi di Virgilio […]. È bene, per lo meno all’inizio, attenersi al racconto. Penso che non si possa non farlo».

Già per Dante, che ha tutto da insegnare sul mistero del leggere e dello scrivere, non poteva che essere così. Dante sapeva bene che se la fabula non tiene, se la suspense cede e il pathos latita, tutto il gioco eventuale di sovrassensi morali e mistici crolla su se stesso, come il trucco di un mago incerto. L’innocenza proposta da Borges è insomma un’impertinenza calcolata, un’ingenuità sapiente: di chi sa che si può leggere Dante senza saperne niente perché ogni libro, tanto più se è grande, cerca il suo anacronismo. Messaggio nella bottiglia, il libro ama il lettore postumo. Lanciato da una delle tante navi di folli che chiamiamo “storia”, ne anticipa il naufragio, sperando che l’essenziale sia già tenuto in sé, nella sua scrittura.

Borges legge nel cuore del «miglior libro della letteratura» una variante del mito di Orfeo: Dante cerca l’incontro con «l’irrecuperabile Beatrice»; «un sorriso e una voce, che lui sa perduti, sono il fatto fondamentale»; «Beatrice esistette infinitamente per Dante. Dante, molto poco, forse niente, per Beatrice; tutti noi siamo propensi, per pietà, per venerazione, a dimenticare questo penoso contrasto, indimenticabile per Dante». Nell’abbraccio senza tempo di Paolo e Francesca, Dante deve allora aver visto «una specie di Paradiso»: è una visione simile a quella di William Blake, che isolò i due amanti dalla tempesta dei lussuriosi in una sfera corrusca di paradossale beatitudine infernale.

Borges è elegante fino alla signorilità, il che non è detto sia un merito senza ombre: l’eleganza può essere un modo per glissare oltre abissi e misteri. Così si perdono gli estremi: nella Commedia letta da Borges mancano lo schifo e l’estasi, il merdume diaccio di Taide e le voragini di luce in cui via via Dante s’acceca e s’illumina, il furore di san Pietro e la bestemmia di Capaneo. Forse solo così si può definire quello di Dante un «tranquillo labirinto» — tranquillo?

Caso unico, Adelphi pubblica nella sua collana “piccola” due testi di fila su Dante: dopo il miserello Esoterismo di Dante di Guénon, il cercare pieno di incanto, di piacere e di intelligenza di Borges che sa voler bene alla parola.


J.L. Borges, Nove saggi danteschi (Adelphi, 2001)

Milano, 28 giugno 2004
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«Ciò che conta, oltretutto, non è la prima domanda: quella è di prammatica, sono capaci tutti di farla. Ciò che davvero conta è la seconda domanda, quella che serve a incalzare l’intervistato, a inchiodarlo ai fatti, a costringerlo a non scantonare, a smascherare l’evasività della prima risposta, a far notare che le cose stanno diversamente.»

(Marco Travaglio, La Scomparsa dei fatti)



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http://www.italialibri.net - email: - Ultima revisione Gio, 3 ago 2006

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