GLI INDIFFERENTI, OPERA DI ALBERTO MORAVIA, SONO PALCOSCENICO DI UN RITUALE BORGHESE

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Gli Indifferenti di Alberto Moravia

(di Gabriela Iliuta)

Alberto Moravia
quasi un secolo dalla nascità di questo celebre autore italiano la critica non è ancora stata in grado di trovare un accordo. Alberto Moravia scrisse il suo primo romanzo, Gli Indifferenti, quando non aveva ancora compiuto diciott’anni e questo non fu l’unico segno di genialità. Il giovane Moravia viveva i tempi cupi del fascismo, in un’Italia a cui Mussolini aveva imposto il giogo della didattura. Il ventenne di allora, che non sapeva come concretamente reagire sul piano sociale, lo fece con grande coraggio nei suoi scritti.
Tutta l’opera del Moravia è un grido contro l’ingiustizia e non solo quella dei suoi tempi: egli critica tutti i sistemi sociali ingiusti o estremi. È noto che, in principio, ogni ordine sociale sembra l'ideale, come se l’umanità non aspettasse altro: così è stato con l'ascesa della borghesia, una reazione alla decadenza della nobiltà sul finire del Medioevo. Questo nuovo ordine sociale fu salutato come uno sviluppo inevitabile e benefico. Se per gli storici e i sociologi il problema fu capire quanto si sia trattato di uno sviluppo inevitabile, il problema fondamentale posto dal romanzo Gli Indifferenti è capire quanto sia stato benefico per l’umanità. Gabriela Iliuta si chiede se non si sia piuttosto trattato dell'immeritata ascesa di un ceto decadente che ha portato con sé un tracollo profondo dei costumi della società.

Nell'attesa che la situazione precipiti

Il soggetto del romanzo si sviluppa a Roma, in un ambiente ristretto che ci conduce sin dall’inizio, col pensiero, ad un palcoscenico. Ci sono solo cinque personaggi: gli Ardengo – la madre Mariagrazia, i figlio Michele, la figlia Carla-, l’affarista Leo Merumeci e l’amica di tutti quanti, Lisa. Le relazioni tra i personaggi si rivelano sin dalle prime pagine del romanzo e la trama non è altro che la relazione tra Leo e Mariagrazia. A causa di questa relazione tutti soffrono oppure hanno delle speranze: Leo pensa che otterrà la casa degli Ardengo nonostante odî l’amante; Mariagrazia spera tramite questa relazione in un futuro migliore per sé e per i figli; Michele odia tutti così tanto che gli diventano indifferenti; Carla non è che la copia in miniatura di sua madre; Lisa, alla fine di una carriera di cortigiana, desidera Michele come amante.

La casa degli Ardengo è minacciata dall’ipoteca e Leo tenta con ogni mezzo di ottenerla: «…affari nel vero senso della parola non ne aveva, non lavorava, tutta la sua attività si limitava all’amministrazione dei suoi beni, consistenti in alcune case, e in qualche cauta speculazione di Borsa; però le sue ricchezze aumentavano regolarmente ogni anno, egli non spendeva che tre quarti della rendita e dedicava il resto alla compra di nuovi appartamenti». Tutte le speranze degli Ardengo stavano in quest’uomo che non aveva fatto niente nella sua vita se non mentire, speculare e rubare. Che c’è di più semplice che aspettarsi dall’altro la propria salvezza? Così succede con i protagonisti del romanzo che non fanno niente, nemmeno provano ma aspettano da Leo i soldi, una vita migliore, la casa, il matrimonio di Carla, il lavoro per Michele, la compagnia della madre. Ognuno di loro fa dei progetti per tentare di sfuggire alla povertà, ma restano immobili, incapaci di agire guardando a Leo come alla loro unica alternativa possibile

I loro dialoghi sono semplici, assurdi, incentrati sempre su un soggetto preferito: la gelosia di Mariagrazia, lo scambio spesso violento di repliche tra Leo e Michele, le lacrime di Carla. Loro sono così, immobili nel loro mondo e nemmeno quando ne escono riescono a cambiare. Leo continua a pensare a come ingannare le persone, la madre è sempre gelosa, Michele è sempre indifferente, Carla rimane sempre una ragazzina immatura. Episodio importante in questo senso è quando gli Ardengo e Leo vanno in un ristorante per distrarsi: «…l’ombra nascondeva le facce dei suoi tre compagni [a Michele], ma ogni volta che la macchina passava sotto un fanale, una luce vivida illuminava per un istante quelle persone sedute e immobili: apparivano allora il volto della madre dai tratti fiacchi e profondi, dagli occhi vanitosi; quello di Carla, il viso incantato e puerile della fanciulla che va alla festa; e quello di Leo, di profilo, rosso, regolare, un po’ duro, come quegli oggetti inspiegabili e paurosi che i lampi delle tempeste rivelano per un istante...essi erano là, nell’ombra, immobili, ogni scossa dell’automobile li faceva urtare tra di loro come fantocci inerti: nulla gli pareva più angoscioso che vederli così lontani, staccati, soli senza rimedio.»

Nel romanzo tutto succede in uno spazio chiuso: la casa, una stanza, la sala da ballo, la macchina; poche sono le uscite all’esterno e non per caso l'aggettivo “cupo” ha una elevata frequenza. Le speranze degli eroi si fermano ad un sogno che è esagerato e che non si può materializzare. Mariagrazia sogna che la neve le copra gli occhi e un uomo ammalato, sogno che si rifà alla psicoanalisi freudiana, Michele sogna un fantoccio che gli rivela molti aspetti della sua vita, poi sogna come ucciderà Leo, come sarà condannato, il suo plaidoyer contro la società, si sente un emarginato, un Julien Sorel. In realtà, però, niente succederà come nei sogni: la madre sarà tradita dalla figlia Carla e Michele non riuscirà mai vendicare l’onore della famiglia.

L'impotenza del protagonista

Nonostante mostri in ogni circostanza un’aria d’indifferenza, Michele sembra l’unico personaggio che non sia realmente indifferente ma, in ogni caso, le sue idee, la sua visione sul mondo, gli impediscono di agire perché per lui «Pensare era vivere». Il pensiero rimane sempre nella sua forma grezza, non mette mai le ali, non si materializza mai. Il suo bisogno di purezza è così grande da farlo rifugiare nel suo ricco mondo interiore. Per lui avere una relazione con la corrotta Lisa significa «Addio vita chiara, vita limpida...”» Perso nel bosco oscuro del mondo in cui vive, Michele è l’unico che rifiuta di stare al gioco, ma non può neanche uscirne perché non sa più quali siano i valori morali da seguire: «Tutta questa gente, pensò, sa dove va e cosa vuole, ha uno scopo, e per questo s’affretta, si tormenta, è triste, allegra, vive, io...io invece nulla...nessuno scopo...se non cammino sto seduto: fa lo stesso.»

L’impotenza di uscire dal fango, la gente che lo circonda, le bugie, tutto gli fa credere che siano loro i giusti e lui l’innetto, che siano loro sinceri e lui quello che deve fingere per vivere: «E io dove vado? si domandò ancora; si passò un dito nel colletto: cosa sono? perché non correre, non affrettarmi come tutta questa gente? perché non essere un uomo istintivo, sincero? Perché non aver fede?»

L’accostamento di Michele a Julien Sorel è dimostrato dal sogno che precede il suo mancato tentativo di uccidere Leo, sogno che rappresenta un processo immaginato da Michele: «...il giorno del processo l’aula del Tribunale sarebbe stata affolata di pubblico; signore eleganti in prima fila; gente di conoscenza;come al teatro; attesa; sarebbe entrato il giudice, gli pareva di vederlo, vegliardo tranquillo e distratto che gli avrebbe parlato come un maestro di scuola parla allo scolaro, dall’alto del suo trono polveroso, inclinando la testa dalla sua parte, fissandolo senza severità sotto l’arco delle sue sopracciglia bianche, gli pareva udirlo: “Accusato cosa avete da dire?» La volontà di uccidere Leo non è un gesto di vendetta ma è dettato dall’usanza sociale, dal “così si fa” in conseguenza del fatto che Leo ha sedotto la madre e la sorella, ma per Michele non ha che il significato di un gesto gratuito paragonabile a quello di Meurseult dello Straniero di Camus. Eppure, nella realtà, Michele rimane il figlio di sua madre, il fratello di Carla, l’amico di Lisa e di Leo: ad un certo punto, per scappare alla povertà, immagina come potrebbe spingere Carla nelle braccia di Leo. Quando apprende la notizia che la sua tattica immaginaria era diventata realtà non si stupisce. Tradire la madre non significa niente per Carla, ma nemmeno per Leo perché in questo mondo i valori non esistono più, sono rimaste solo parole a testimoniare che una volta esistevano realmente.

Teatralità del rituale borghese

Nel periodo borghese il teatro fiorì proprio perché valeva più la teatralità di un’esperienza vissuta e sincera. Perciò non è impensabile che il romanzo Gli Indifferenti possa essere messo in scena con successo come una pièce teatrale. Incontriamo spesso, nel mezzo del romanzo, scene di teatro che non rappresentano solo un modo ricercato dello scrittore per rendere la sua opera più interessante ma ci dicono tante cose sul mondo che l’autore ci mostra e che in qualche modo denuncia: «“…Il nostro Leo” soggiunse con voce più alta guardando in aria e accelerando il giuoco della collana, “è un uomo d’affari...occupatissimo...un affarista come ce ne sono pochi...tutti lo sanno...oh! oh!...” Rise tremando per tutto il corpo e bruscamente strappò la collana; si udì un tintinnio secco, là sul pavimento: le prime perle cadevano: rigidamente seduta, col busto eretto e le mani posate sui braccioli della poltrona, la madre lasciave che la collana si sciogliesse e le perle rotolassero sul suo petto raccogliendosi nel incavo del grembo; era molto degna, teatrale e, pur nella sua innata ridicolaggine, tragica. Poi d’improvviso, come aveva rotto il filo, pianse; dagli occhi dipinti due lacrime impure scivolarono sopra il suo viso denso di cipria lasciandovi le loro traccie umide, altre due seguirono...e dal collo le perle continuavano a cadere nel grembo tremante; come le lacrime; e tutto l’atteggiamento era rigido, con grandi pieghe, come di statua; e quelle cose che cadevano, lacrime e perle, si confondevano sul eguale rigidità del volto e del corpo, ambedue contratti, tremuli e dolorosi.»

Alla fine del romanzo Moravia utilizza il procédé di “opera aperta” però, contrariamente al mistero che segue di solito a una tale scelta letteraria, l’autore ci lascia intravedere il finale; i lettori non possono immaginare ciò che vogliono, lo scrittore impone la fine senza scriverla. Le Rouge e le Noir- questa volta rappresentati dal grande desiderio di Carla di cambiare la vita e, al polo opposto, dall’indifferenza di Michele- diventeranno grigio, il colore dell’impossibilità di uscire dalle norme di una società che non perdona l’audacia di immaginare la vita in un modo diverso da quello che essa impone.

A cura della Redazione Virtuale

Milano, 11 febbraio 2004
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«In quanto poi alla definizione di "magistrato gentiluomo", c'é da restare esterrefatti: si vuol forse adombrare che possa esistere un solo magistrato che non lo sia?»

(Leonardo Sciascia, I professionisti dell'antimafia da «Il Corriere della Sera» del 10 gennaio 1987)



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http://www.italialibri.net - email: - Ultima revisione Gio, 3 ago 2006

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