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DONNE: MADRI, FIGLIE, SPOSE, SORELLE. CORPI E SENSI. UN VIAGGIO INTORNO A 'LA PIETRA LUNARE', DI TOMMASO LANDOLFI. |
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T. Landolfi, La pietra lunare 1. Il segreto dei corpi «Studente ormai del secondanno»: subito si avverte una punta di ironica, affettuosa commiserazione nello sguardo che Tommaso Landolfi rivolge al protagonista di La pietra lunare (1939). E dietro a quell'ormai, una lunga storia, che dice di rassegnazione a una vita solitaria e senza ambizioni: studente di lettere, perciò timido e impacciato, e perciò pure non troppo abile con le donne. Che cosa resta a Giovancarlo Scarabozzo se non andare a caccia sulle più lontane montagne e fantasticare tutto il giorno, come ogni bravo studentello di lettere, e comporre quattro versi e sentirsi, come ogni bravo studentello di lettere, sebbene ormai del secondanno, poeta? Poeta, oltretutto, con precisi diritti a giustificare, in verità, unirrinunciabile propensione al voyeurismo: ma il poeta è creatura tenuta «per sua dannazione, a scoscendersi per linferno come a volitare per il paradiso».
Dalle finestre di casa Scarabozzo si vedono soprattutto donne: una vecchia dalla «pancia squallida», una giovinetta «di primo pelo che buttava allaria ogni indumento e si moveva per le sue ultime faccende, grattandosi il ventre senza interruzione con una mano», una moglie che sbadiglia e, soprattutto, inattesa, una fanciulla di diciottanni dagli occhi "ardenti" e i capelli "lustri", «afflitta da un seno grosso e allungato, a borsa, del tutto staccato dal busto e chiazzato di rosole duna ripugnante larghezza», e ancora «pance rigonfie, cosce muscolose e quellesoso sfaccettamento delle natiche (talvolta persino dislocate), quella iattante e stomachevole sodezza delle anche, che basta a far odiare una donna per il resto dei propri giorni». In Landolfi-Scarabozzo un simile spettacolo non suscita solo disgusto rimarcato, questo, da una serie di aggettivi piuttosto eloquenti, che lautore spende nel giro di poche righe: rivoltante, squallido, ripugnante, esoso, iattante, stomachevole, ecc. ma persino rabbia, e una rabbia «duratura e senza quartiere». La rabbia di chi ora sa che cosa nascondono gli svolazzi di un vestito tutto borghese, borghese come i salottini nei quali è indossato; che cosa cela la «schizzinosa femminilità sollecitatrice domaggi» di queste donne che osano atteggiarsi «con le loro grosse cosce e i loro polposi attributi, a detentrici dun prezioso segreto femminile, dun sussurrato segreto e sono invece le ninfegerie, le compagne della vita dei bravi borghesi, le indegne pupattole!». Ma queste sono le donne terrestri? Queste sono le donne della terra, madri, figlie, amanti, sorelle, o fantesche pinzochere, ordinarie, solari dal seno grande come quello della Madre Terra? Ma di queste donne da cucina e salotto che cosa può dire un poeta, una volta scopertone il segreto del corpo? Sarebbe tentato, al più, d' inveire proprio contro quel corpo che è così limpidamente, schifosamente reale, tangibile, come lodore «pesante davanzi di lavatura di piatti e dinsetti domestici» che si respira nellaria di casa, grigia e goffa unghie lerce, fumo di pipa, sputi nelle sputacchiere, silenzi irrimediabili, bestemmie a fior di labbra. O immaginare donne altre, vere proprio in quanto lontane dalla realtà e appartenenti a qualche altra luce, a qualche altro luogo. Donne, cioè: «secche e nervose, con ventri cavi in cui ristagna la tenera carne come la giuncata nelle fiscelle; con tendini e nervi, non muscoli, correnti per la dolce sostanza che le informa; con fronti e occhi umili e appassionati, non sereni, imploranti, umili, balenanti di minaccia, di ritrosia, dorgoglio e di sfrenata passione; vestite di pudore e di nobile lussuria, ombrose, languide e fiumali come olio dalla macina; con piccole onde di carne diafana e perlacea rigonfiatisi contro la gabbia fragile delle costole, con mani » (2) 2. Il seno a punta di Gurù «Allora perché lui le desiderava tanto [le donne]? Evidentemente perché esse non erano per lui, almeno nel senso che lui intendeva». O almeno riesce a desiderarle fin quando non si accorge che sempre «le sciupa qualche difetto fosco o grottesco, una pappagorgia, un capezzolo malformato, una gamba pesante e gonfia» (3). Le figure di donna che Giovancarlo immagina finiscono presto per coincidere con quella, inquietante quanto seducente, della donna-capra: Gurù «dossa e polpe». Donna-animale che è impossibile decifrare e, infine, possedere, come una sirena, perché proviene da unaltra realtà, non terrestre, marina o celeste o, in questo caso, lunare. Temi e figure ripetutamente frequentate, fiabesche, surreali, immaginose: Gurù non è dimessa e priva di lusinghe come la donna-iguana di Anna Maria Ortese; Gurù canta a tutte le ore, come le sirene di Ulisse, abita sola e, oltretutto, legge libri fatto questo che non può non suscitare una certa diffidenza nelle vecchie del paese, che, a sentire il suo nome eccentrico, mugolano dubbiose: «Hm hm». Ma che bellezza è la bellezza di Gurù, «slanciata e flessuosa, con due occhi vasti e fondi in cui correva a momenti ladustione del topazio, a momenti linflessione violacea e spessa delloliva»? Misteriosa, sensuale bellezza "lunare" che ha il centro in un seno addirittura "abbagliante", «un piccolo seno alto e appuntito», «seno sparto», come di Venere. Un seno rivelatore, epifanico, che non ha nulla di terrestre, di materno non è il seno della Madre Terra, non è un seno allungato, abbondante, del tipo "bellezza trionfante" quanto rivoltante; non è il seno bello solo in apparenza e in realtà deforme del racconto Un petto di donna (1975); potrebbe essere il seno di una sirena, da stare in una conchiglia: è il seno, certamente, di una donna-non donna sterile, sterile in quanto lunare, come è convinta la pinzochera Filomena. Ma, ancor prima del seno, di Gurù sono gli occhi a colpire: «E allora, dimprovviso, il giovane si sentì guardato. Dal fondo delloscurità, resa più cupa da un taglio alto di luce lunare sul muro di cinta, due occhi neri, dilatati e selvaggi, lo guardavano fissamente. Egli sobbalzò, ma uno stupore e un terrore tanto forti lo invasero, e daltra parte quegli occhi lo fissavano con tanta intensità, che non poté parlare né stornare lo sguardo». (4) Sguardo selvaggio, che è faticoso sostenere; sguardo che cerca risposta in un altro, profondo e vigile, e che non si ferma allapparenza. Giovancarlo ha paura, ma vede. Ha paura proprio in quanto vede e, perciò, scopre: «in luogo della caviglia sottile e del leggiadro piede, dalla gonna si vedevano sbucare due piedi forcuti di capra». Ma possibile che soltanto lui veda? Tutti gli altri non si accorgono, sembrano, o forse sono, ciechi; o forse ancora vogliono esserlo. «"Costei ha gambe di capra". Dopo un attimo di sospensione: "eh eh" rise con aria ottusa lo zio, come chi è incapace dintendere a che meni unallusione del suo interlocutore, la quale pure, secondo ogni apparenza, ha da essere unarguzia». (5) Una volta trovato il coraggio di vedere, con tutti e due gli occhi, tutto appare naturale, necessario e vero: «Di più, pareva anzi a Giovancarlo di scoprire che un corpo femminile in generale potesse indifferentemente e logicamente conchiudersi con appendici caprine o femminili; altrimenti detto che quel corpo dovesse esser così. E ciò, questo intervento nelle cose supreme, per entro la nascita stessa della forma, gli rendeva più acre e sgomentevole il portento; insomma il giovane era specialmente spaventato dal fatto che tutto gli apparisse così naturale». (6) È naturale, quindi, ogni metamorfosi. È naturale laccoppiamento bestiale cui Giovancarlo assiste. È naturale ogni incontro bizzarro e sconclusionato con gli evanescenti abitatori della notte. È naturale il corpo, il seno, e il vello che copre il ventre e le gambe di Gurù, il suo senso della festa, il suo canto, i suoi interrogativi dolci e sospesi a mezzaria «Leggeremo insieme i tuoi versi? Mi vorrai sempre bene?» , le sue parole prima di baciare Giovancarlo, prima di costringerlo a «sfregare leggermente le labbra contro il sommo del suo seno» e lasciarlo naufragare «investito da unonda di profumo acre e fresco»: «Il vento il vento! Esso scoppia allimprovviso come fruscio di torrente, scroscia come pioggia, e cessa dun tratto. È unala immensa che è passata, di quelluccello dove sarà il corpo e dove arriverà laltra ala? È un sospiro mozzato. Sotto laltra ala vivono certo altri uomini altri animali altre pietre, passando così egli ci ricongiunge a loro un momento, ci dà notizie di loro, il presentimento daltre gioie altre vite e altri dolori. Egli ci cova tutti un momento; così mi pare. Sulla soglia del camposanto fioriscono le rosaspine, anche là dovrai venire con me ». (7) Il corpo geometrico e lunare di Gurù sembra lasciarsi attraversare da ogni respiro e sospiro della natura sotterranea, dai sapori e dagli odori che la circondano nella notte; è immersa in quella realtà altra, è avida e curiosa di quella realtà-irrealtà, la ispeziona sotto una luce che non è solare, ma diversa, lunare forse, e le sue parole leggere colgono della realtà-irrealtà la leggerezza e il mistero; i suoi occhi, come quelli delle Madri, mangiano la realtà-irrealtà, la fanno lievitare, ne estraggono i segreti «occhi assorti, argentati come canapa», «occhi di palude» che vedono meglio nel buio, mentre gli altri dormono e non sanno, e la luna attraversa il cielo. Entrare nel buio è come entrare in un corpo, il corpo nascosto, le viscere della realtà sotterranea, quella che il sole non illumina; entrare nel corpo della notte con il corpo, gli occhi e ogni senso "appuntito" penetrare in esso come nel corpo di una donna, gigantesca come un paesaggio «sotto il cielo di giada», cocuzzoli di montagne come fianchi e cosce, e due pozzi abbandonati dalle volte "rotonde e slabbrate", «foderate di muschio bruno», come un sesso, umido. 3. Uno stato altro dellesistere Ma perché Giovancarlo Scarabozzo, infine, esce allimprovviso dal buio, dal segreto della notte e sceglie di tornare alla luce solare, alla terrestrità più trita e grigia, agli esami universitari di studentello di lettere? Perché, insomma, torna alla ragione se come scrive Leopardi, citato lungamente da Landolfi nellAppendice «la ragione è nemica dogni grandezza» ed è così piccola e priva di lusinghe come la vita di provincia, come la vita a P., come la vita? Che sia stato tutto un sogno? O una menzogna, una creazione della fantasia? «E tutto questo non era stato che un attimo». E Gurù, come abbandonata, se ne va. Il mondo lunare, i volti della notte, le Madri, Gurù e tutte le gurù: solo frutti di unimmaginazione visionaria e tortuosa? «Lesistenza è una condanna senza appello e senza riscatto; niente vi è da fare contro di essa; ed è forse la nostra speranza soltanto, il nostro bisogno di riprender fiato come dallacuto dolore duna ferita, che ha immaginato uno stato altro dellesistere, un nulla. Forse, mio Dio, tutto esiste, è esistito, esisterà in eterno. Non cè niente da fare contro la vita, fuorché vivere, pressa poco come in un posto chiuso dove si sia soffocati dal fumo del tabacco non cè di meglio che fumare », scrive Landolfi in un passo di Rien va (1963). È questo la letteratura? Una menzogna, uno stato altro dellesistere, il nostro bisogno di riprender fiato come dallacuto dolore duna ferita, una speranza, un nulla? È come Gurù, la letteratura? È Gurù irrazionale, lunare, sensuale ma irrimediabilmente sterile? È qualcosa di umano e non-umano insieme, frutto delluomo, ma estraneo alluomo perché non decifrabile fino in fondo, soprattutto non possedibile? È sguardo acuto, è visionarietà, è penetrazione nel notturno, nellinconscio, nel surreale? Può esserlo. Gurù non è la letteratura in toto. Gurù è la possibilità; è la letteratura che sceglie Tommaso Landolfi: gioco, sogno, follia, animalità illimitatamente erotica, combinazione fantastica, enigma. Occhio dellinquietudine pedantemente rivolto ai moti interiori (locchio sinistro, per gli espressionisti, di contro a quello destro, della realtà tangibile e sinistro in ogni possibile accezione), occhio di palude, di gatto, che sa dare forma e suono al visibile, che porta in presenza linvisibile; e orecchio che sa dare forma e colore ai suoni e ai rumori; e naso che sa dare forma, suono, colore ai sapori; e mano che sa dare forma, suono, colore, sapore agli oggetti, alle cose segrete del mondo e di ogni oltremondo. I sensi "appuntiti" di Landolfi procreano parole tese, levigatissime, preziose, talvolta arcaiche, assolute. «Landolfi si innamora delle parole», scrive Natalia Ginzburg. Come Giovancarlo Scarabozzo si innamora, vagheggiandole, delle donne lunari, le vere che poi sono forse proprio come le parole, sono le parole: «secche e nervose, con ventri cavi in cui ristagna la tenera carne come la giuncata nelle fiscelle; con tendini e nervi, non muscoli, correnti per la dolce sostanza che le informa; con fronti e occhi umili e appassionati, non sereni, imploranti umili balenanti di minaccia di ritrosia dorgoglio e di sfrenata passione; vestite di pudore e di nobile lussuria, ombrose languide e fiumali come olio dalla macina; con piccole onde di carne diafana e perlacea rigonfiatisi contro la gabbia fragile delle costole, con mani »
(1) Natalia Ginzburg, Lettura di Landolfi, p.164, in Non possiamo saperlo (Einaudi, 2001)
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(Bufalino, Calvino, D'Annunzio, Leopardi, Merini, Moravia, Parise, Vinci...) Tra esotismo e mito |
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