UTOPIA COME NON CITTA', PER DINO BUZZATI E' UN LUOGO DI ATTESA E DI MISTERO, SINONIMO D'IMMAGINAZIONE

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Immagini da un mondo rovesciato

Luogo di solitudine perfetta, dove l’uomo ritrova se stesso e si misura con il mistero di un'Evento che potrebbe realizzarsi ma non si realizza mai
(di Margaret Collina)


D.Buzzati
Dino Buzzati
topia come non-luogo o come regione della felicità e della perfezione, idea irrealizzabile, o trasposizione socio-politica del modello teologico dell’agostiniana Città di Dio? Forse a nessuna di queste definizioni si può agevolmente ricondurre il pensiero buzzatiano. E qualsiasi modello letterario d’utopia, non ha nulla a che fare con le tematiche di Buzzati. Ma Buzzati a ben vedere, forse inconsapevolmente, ha dato vita nella sua opera ad una personale regione fantastica e ideale – ampiamente utopica – che va ad aggiungersi alle già codificate figure di utopia.

Sulla maestosa e onnivalente metafora buzzatiana e sui luoghi letterari che lo scrittore ha trasformato in simboli di luoghi dello spirito – la montagna, il deserto, il mare – troppo si è detto. Così pure dei sentimenti dell’attesa e del mistero che pervadono tutta la sua produzione letteraria.

Forse però, proprio nel significato più profondo di attesa e di mistero (luogo di frontiera tra reale e immaginario) e finanche nel senso della sfida – la provocazione ardimentosa che consente di diventare finalmente uomini e di vincere le proprie inconfessabili paure – sta rinchiusa l’idea utopistica dell’autore.

Certo non si potrà parlare di utopia sociale, o in qualche modo collettivizzabile. Buzzati crede fino in fondo al valore ineguagliabile dell’unicità umana, e alla responsabilità dell’uomo di fronte a se stesso: «Un’immensa piazza dunque, con intorno un’infinità di case, questa è la vita; e in mezzo, gli uomini che trafficano fra di loro e nessuno mai riesce a conoscere le altre case; soltanto la propria e in genere male anche questa perché restano molti angoli bui….E la verità si trova soltanto nelle case e non fuori. Cosicché del restante genere umano non si sa mai niente.»

Di conseguenza l’utopia dovrà intendersi non come costruzione ideale di una città diversa, bensì come una non-città, luogo di solitudine perfetta, (ecco il deserto, dove i sogni possono liberarsi) dove l’uomo ritrova se stesso e si misura con il mistero. O, viceversa, come la scoperta di una città altra dove la magia si annida nel quotidiano ed è capace di trasformare il banale in inusitato. In tutta l’opera di Buzzati utopia è sinonimo di immaginazione, ed è proprio attraverso l’immaginazione, che la città si muta in un luogo fantastico e perciò tollerabile, vivibile, e al tempo stesso viene resa partecipe dell’attesa dell’Evento.

E probabilmente, è proprio nell’Evento (da molti critici identificato nella morte) che sta il significato ultimo dell’utopia buzzatiana; l’Evento che non si realizza, ma potrebbe realizzarsi e che costituisce, dunque, fonte di continua disillusione e di rinnovata speranza.

Ma se anche l’Evento fosse autenticamente riconoscibile nella morte, al di là della vera o presunta religiosità di Buzzati, certo non potrebbe ipotizzarsi un’utopia più perfetta, in cui ogni percorso trova compimento ed il cerchio dell’ansiosa ricerca, finalmente, si chiude.

Milano, 11 febbraio 2003
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«Sotto tanto sole
nella barca ristretta
il brivido
di sentire contro le mie ginocchia
la nudità pura d’un fanciullo
e l’ebbro strazio di covare nel sangue
quello ch’egli non sa.»

(Antonia Pozzi, Innocenza, 28 giugno 1929 in Parole)



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http://www.italialibri.net - email: - Ultima revisione Gio, 3 ago 2006

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