Camillo Sbarbaro degrada la materia sublime ed eroica ad un livello basso e concreto, aridità che delinea solitudine e alienazione della città moderna

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Camillo Sbarbaro (1888-1967)


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ato a Santa Margherita Ligure il 12 gennaio 1888, Camillo Sbarbaro condusse un’esistenza schiva e appartata. Interrotti gli studi, trovò un impiego presso industrie siderurgiche di Savona e di Genova; dopo aver saltuariamente collaborato a «La Voce», partecipò, ma senza l’entusiasmo di tanti altri intellettuali, alla Prima guerra mondiale. Vissuto anche in seguito lontano dal clamore degli ambienti politici e culturali, mise insieme un’importante collezione di muschi e di licheni, per la quale ottenne anche dei riconoscimenti internazionale.

Pubblicata nel 1911, con una sottoscrizione dei compagni di liceo, la prima raccolta di versi, Resine, rivela già una risentita personalità di poeta. Sbarbaro si stacca decisamente da D’Annunzio, degradandone la materia sublime ed eroica ad un livello basso e concreto, uniformemente prosaico (sarà questa, anche in seguito, la sua connotazione stilistica essenziale). Il paesaggio è quello ligure, in cui si identifica il senso di un’”aridità” destinata a divenire la cifra più alta ed emblematica della sua maggiore raccolta poetica, Pianissimo, uscita nel 1911 presso le edizioni de «La Voce». Non a caso uno dei motivi dominanti è quello del “deserto”, che traduce, attraverso una assoluta incapacità di sofferenza e di gioia, l’estraneità nei confronti di un mondo privo di speranza. Di qui un dolore che non sa trasformarsi in lacrime, ma diventa il segno di una scabra consapevolezza esistenziale.

Sbarbaro delinea così anche un’originale rappresentazione della città moderna come luogo della solitudine e dell’alienazione, spazio dell’irrealtà pietrificata. Come risulta da questi versi:

    Esco dalla lussuria.

    M'incammino

    per lastrici sonori nella notte.
    Non ho rimorso o turbamento. Sono
    solo tranquillo immensamente.

    Pure

    qualche cosa è cambiato in me, qualcosa
    fuori di me.

    Ché la città mi pare

    sia fatta immensamente vasta e vuota,
    una città di pietra che nessuno
    abiti, dove la Necessità
    sola conduca i carri e suoni l'ore.

    A queste vie simmetriche e deserte
    a queste case mute sono simile.
    Partecipo alla loro indifferenza,
    alla loro immobilità.

    Mi pare

    d'esser sordo ed opaco come loro,
    d'esser fatto di pietra come loro.

    Ché il mio padre e la mia sorella sono
    lontani, come morti da tanti anni,
    come sepolti già nella memoria.
    Il nome dell'amico è un nome vano.

    Tra me ed essi s'è interposto il mio
    peccato come immobile macigno.
    E se sapessi che il mio padre è morto,
    al qual pensando mi piangeva il cuore
    di essere lontano ora che i giorni
    della vita comune son contati,
    se mi dicesser che mio padre è morto,
    sento bene che adesso non potrei piangere.

    Son come posto fuori della vita,
    una macchina io stesso che obbedisce,
    come il carro e la strada necessario.

    Ma non riesco a dolermene.


    Cammino

    per lastrici sonori nella notte
    .

    (Pianissimo 1914/1954 Neri Pozza, Venezia 1954)

«Che la città mi pare / sia fatta immensamente vasta e vuota, / una città di pietra che nessuno / abiti, dove la Necessità / sola conduca i carri e suoni l’ore. / A queste vie simmetriche e deserte / a queste case mute sono simile./ Partecipo alla loro indifferenza, / alla loro immobilità». Da questo carcere di pietra è impossibile evadere, secondo il diagramma di uno stanco e inutile desiderio, di una ineludibile metamorfosi, tracciato nella poesia conclusiva. In un girovagare privo di senso e di direzioni solo è consentito l’incontro, sui marciapiedi e nelle osterie, con prostitute e ubriachi, figure dell’emarginazione di un mondo che ricorda, lontanamente, la Parigi baudelairiana.

Neppure l’infanzia e la natura rappresentano, alla fine, i momenti di rifugio consolatorio, come risulta dai componimenti più impegnativi delle Rimanenze, scritte fra il 1918 e il 1921; anche il ricordo della donna, nei Versi a Dina (1931-32), non riesce a ricomporsi nella realtà del presente, dove «ognuno resta con la sua sperduta / felicità, un po’ stupito e solo, / pel mondo vuoto di significato». Anche le brevi raccolte di prose autobiografiche e lirico-narrative hanno un carattere frammentario e sofferto, che traspare dagli stessi titoli: Trucioli, Liquidazione, Fuochi fatui, Scampoli, Cartoline in franchigia. Fra le ottime traduzioni dal greco e dal francese ricordiamo Il ciclope di Euripide e Controcorrente di Huysmans.

Camillo Sbarbaro muore il 31 ottobre 1967 a Savona.

Il saggio di Anna Maria Bonfiglio, Il dolore del vivere illustra come la poesia di Camillo Sbarbaro faccia da spartiacque fra la poesia del primo Ottocento e quella della prima rivoluzione industriale. L'atonia vitale, la pietrificazione interiore dell'individuo che assiste da spettatore inerte alla vita, la frantumazione della propria identità nei rapporti con il mondo esterno, sono la misura del disagio che l'uomo Sbarbaro avverte nei confronti di un'esistenza che subisce, volendola vivere nondimeno con avidità.

Altro materiale critico si concentra sulla raccolta più importante dell'autore. Ne La formazione di Pianissimo, ripercorrendo la vita di Camillo Sbarbaro negli anni che vanno tra il 1910 e il 1911, Daniele Pettinari porta alla luce le ragioni ideali ed esistenziali che condussero il giovane poeta a comporre i versi fondativi di questa raccolta. Il cuore quale “sismografo” di un periodo storico-letterario, è testimone di una vicenda personale ugualmente condivisa da altri scrittori d’inizio Novecento. Dal saggio La scrittura di Pianissimo, la poetica dell'interiorità, emerge come Camillo Sbarbaro inauguri il genere novecentesco del diario in poesia, ovvero il racconto in versi di una vicenda esistenziale, un nuovo modello di autobiografia, sommessa confessione dettata a fior di labbra, «sottovoce», «pianissimo» appuno. Il poeta segna la linea di congiunzione con la tradizione di fine secolo e il punto di trapasso verso una nuova poetica: quella dell’interiorità. La città moderna fa qui il suo ingresso nella storia letteraria come uno dei temi caratterizzanti la condizione esistenziale del Novecento, fra attrazione e terrore, partecipazione e rifiuto, via di fuga e condanna. Lo scenario della città come luogo del vagabondare notturno, diviene – scrive Pettinari – un ambiente, localizzato nei «vicoli» e nei «fondaci», animato dalle figure che nella prostituzione, nella povertà, nell’alcool consumano la propria esistenza, e a cui il poeta guarda con sentimenti di partecipazione, di «fraternità», quasi di invidia.

A cura della Redazione Virtuale

01 agosto 2006
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