Aldo Palazzeschi porta nel movimento futurista ironia e gioco. Ritorno al romanzo realista del dopoguerra

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Aldo Palazzeschi (1913-1974)



«L’ingegno di Palazzeschi ha per fondo una feroce ironia demolitrice che abbatte tutti i motivi sacri del romanticismo: Amore, Morte, Culto della donna ideale, Misticismo».

(Filippo Tommaso Marinetti)

n un testo divulgato sotto forma di volantino nel 1913, Filippo Tommaso Marinetti si espresse così, cogliendo a pieno il carattere principale dell’opera di Aldo Palazzeschi. Pseudonimo di Aldo Giurlani, Palazzeschi nacque a Firenze il 2 febbraio 1885. Adottò il cognome della nonna materna quando a vent’anni pubblicò il primo libro di poesie. Il padre, un agiato commerciante di stoffe, avrebbe voluto fare di lui, unico figlio, un uomo d’affari. Ragion per cui lo avviò agli studi commerciali. Traviato dall’amore per il teatro, subito dopo aver preso il diploma di ragioniere, anziché cercare un’occupazione stabile, nel 1902 si iscrisse alla Regia Scuola di Recitazione “Tommaso Salvini”.

Abbandonò però ben presto la carriera teatrale per dedicarsi interamente alla nuova passione, la letteratura

I primi tre libri li pubblica a proprie spese facendo figurare sul frontespizio come editore il nome del proprio gatto, Cesare Blanc. Del libro di esordio, I cavalli bianchi, uscito nel 1905, si accorge Sergio Corazzini che ne fa cenno in un articolo pubblicato l’11 marzo 1906 sul «Sancio Panza», un quotidiano politico-satirico edito a Roma.

Più considerevole per le conseguenze che ebbe fu, senz’altro, l’amicizia nata nel 1909 tra Palazzeschi e Marinetti. Su invito di costui, l’autore del Codice di Perelà aderisce, sia pure in modi personalissimi, al movimento futurista, partecipando fra l’altro ad alcune delle famigerate, turbolente serate futuriste.

o scrittore, che si chiamava in realtà Aldo Giurlani, nacque a Firenze il 2 novembre del 1885 e in questa città trascorse la giovinezza e gran parte della maturità, trasferendosi dopo la morte dei genitori a Roma e risiedendo saltuariamente a Venezia e a Parigi.
Si diplomò in ragioneria nel 1902 ma poi, sull’onda della vocazione artistica, si iscrisse alla scuola di recitazione di L. Rasi, dove conobbe Marino Moretti con cui si legò in un’affettuosa amicizia che durò a lungo.
Iniziò giovanissimo la sua multiforme attività letteraria di poeta e prosatore.
Le prime raccolte di versi (I cavalli bianchi, 1905; Lanterna, 1907; Poemi, 1909) mostrano già gli elementi di rottura con la tradizione, il gusto beffardo e fantasioso che lo collegheranno di lì a poco al movimento futurista.
A Venezia fu iscritto alla Facoltà di Economia e Commercio di Ca’ Foscari, sempre oscillando tra arte e senso pratico; entrò infatti, più o meno contemporaneamente, nella compagnia teatrale di Lyda Borrelli.
Recatosi nel 1913 a Parigi, entrò in contatto con gli ambienti internazionali della avanguardia artistica del Novecento; iniziò così la sua collaborazione alle riviste «Lacerba» e «La Voce» di De Robertis.
Nel 1914, dopo la pubblicazione di un suo personale manifesto futurista (Il controdolore), ruppe con gli altri esponenti del movimento a causa del suo dissenso nella campagna interventista.
Del resto già dal 1908 aveva mostrato stilemi crepuscolari nel romanzo Allegoria di novembre e si era idealmente collegato con esperienze artistiche internazionali di più ampio respiro.
Nel 1911 aveva pubblicato il romanzo Il Codice di Perelà e aveva fatto una personale dichiarazione di poetica con il suo E lasciatemi divertire, collegandosi alla poesia del tedesco Christian Morgenstern e a quella del francese Max Jacob.
Dal 1920 al ’40 visse in maniera appartata tra Firenze e Parigi, pubblicando La piramide (1926), che riprende i temi di Perelà; Stampe dell’Ottocento (1932) sulla scia della tradizione memorialista toscana; Le sorelle Materassi (1934), forse il frutto migliore della sua maturità di narratore; Il palio dei buffi (1937).
Nel 1941 si trasferì a Roma ma fu richiamato alle armi durante la Seconda guerra mondiale.
Dopo la guerra pubblicò I fratelli Cuccoli (1948), Bestie del Novecento (1951), Piacere della memoria (1964): tutte prove che sembrano dimostrare la perdita della vena narrativa rispetto alla stagione felice precedente all’esperienza bellica.
Nel 1966 si aprì invece una nuova fase di ripresa creativa di quest’autore che ha scritto tanto e a lungo: vedono la luce ancora romanzi (Il doge, 1967; ;Stefanino, 1969; Storia di un’amicizia, 1971), silloge di racconti (Buffo integrale, 1966), versi (Cuor mio, 1968; Via delle cento stelle, 1972)
Morì a Roma nel 1974.
BIBLIOGRAFIA
Ghidetti-Luti,
Dizionario critico della letteratura del Novecento, Ed. Riuniti
AA.VV.,
Storia della civiltà letteraria italiana, Utet. (R.A.)
A cura della Redazione Virtuale
07 agosto 2006
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Nelle Edizioni di «Poesia» apparvero del resto i suoi successivi volumi: la raccolta delle liriche L’Incendiario, il romanzo Il Codice di Perelà, il manifesto del Controdolore. Dei giovani poeti che si riconoscevano nel programma marinettiano Palazzeschi condivideva l’intento di fondo, mandare in frantumi le convenzioni letterarie ereditate dall’Ottocento. Di suo portava nel gruppo un accesissimo senso dell’ironia e del gioco che lo differenziava sensibilmente da Marinetti e soci

Il processo di destrutturazione del canone narrativo classico prosegue poi nel discusso La Piramide, uno “scherzo” in tre parti (così lo definì l’autore), scritto tra il 1912 e il 1914.

Per molti aspetti, peraltro, l’esperienza palazzeschiana può oggi sembrare affiancabile forse più che all’esperienza futurista a quella degli scrittori della «Voce», alla quale il nostro autore collaborò in questi anni. Del resto il soggiorno parigino sul finire del ’13, dove incontra e frequenta assiduamente Apollinaire e i futuri dadaisti, ma anche Picasso, Braque e Matisse, lo libera del tutto dalla già povera influenza del verso e dell’ideologia di Martinetti.

Insieme ai suoi coetanei anch’egli, che pure era stato riformato alla visita di leva, nell’estate del 1916 venne in ogni caso chiamato alle armi. L’esperienza militare si riflette in un inquietante volume di genere diaristico, Due imperi…mancati, peraltro contrassegnato da un inedito impulso all’abbraccio fraterno. Dopo la guerra condusse a Firenze un’esistenza quasi totalmente appartata. Sono anni poveri di eventi di rilievo secondo la prospettiva biografica ma che risultano decisivi dal punto di vista letterario. La produzione creativa di Palazzeschi in questo periodo torna infatti a essere intensa, intensissima. Se non va annebbiandosi, l’anarchismo giovanile nel frattempo si è andato però disciplinando. Lo provano le due più importanti opere del periodo tra le due guerre, uscite a distanza di due anni l’una dall’altra: Stampe dell’Ottocento nel ’32 e Sorelle Materassi nel 1934. Entrambi i testi appaiono rimarchevoli per l’approfondimento in essi tentato della dimensione storica, negletta in precedenza. Ma è il secondo che conferma le qualità migliori di Palazzeschi. Il quale, fra le altre cose, ha avuto il merito di aver dato inizio, insieme a pochi altri, a quel moto di ritorno al romanzo di impostazione realista che nell’immediato dopoguerra conoscerà una rinnovata fortuna.

Più discutibili appaiono al confronto i risultati artistici raggiunti con gli altri due romanzi della maturità, I fratelli Cuccoli (1948) e Roma (1953). Di gran lunga più interessanti le novelle, spesso gustose, di Bestie del Novecento.

Voltate le spalle al realismo, ecco dunque tre nuovi antiromanzi sulla scia di quella che era stato un ritorno alla trasgressività: Il doge (1967), Stefanino (1969), Storia di un’amicizia (1971).

Più fitte si fanno anche le collaborazioni giornalistiche. Un rilievo inferiore, benché non trascurabile, ebbe invece l’attività di traduttore.

Nel 1957 l’Accademia dei Lincei gli assegnò il Premio internazionale Feltrinelli per la Letteratura. Nello stesso anno la Mondadori diede avvio alla pubblicazione di Tutte le opere di Aldo Palazzeschi nella collana dei “Classici Contemporanei Italiani”. Per iniziativa di Diego Valeri, Vittore Branca, Gianfranco Folena, nel ’62 l’università di Padova gli conferì la laurea Honoris Causa.

Attivissimo e prolifico anche negli ultimi anni di vita, Palazzeschi seguì con caldo interesse il dibattito letterario animato dagli scrittori e dai poeti della neoavanguardia, che in lui peraltro videro un punto di riferimento intellettuale privilegiato. Morì a causa di una affezione polmonare il 18 agosto 1974 mentre gli amici andavano preparando i festeggiamenti per i suoi novant’anni. (E.M.)

A cura della Redazione Virtuale

01 agosto 2006
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