| NARRATIVA | POESIA | SAGGISTICA | DOSSIER | INTERVISTE |
GILBERTO ISELLA ESPLORA SIMBOLI ARCHETIPI, ALLEGORIE, TRACCE SEMANTICHE, VETTORI DI SENSO, A PARTIRE DAL LINGUAGGIO |
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Gilberto Isella (1943)
Ha pubblicato le raccolte poetiche Le vigilie incustodite, Casagrande, Bellinzona 1989; Discordo, Dadò, Locarno 1993; Apoteca, Ed. Angolo Manzoni, Torino 1996; Krebs, Edizioni lUlivo, Balerna 2000; Nominare il caos, Dadò, Locarno 2001; In bocca al vento, Lieto Colle, Faloppio (Co) 2005. 1. LE VENATURE DEL SENSO NEL CORPO DELLESPERIENZA Isella lavora con il linguaggio come un terreno da arare e dissodare, o ancora più precisamente come roccia da scalpellare, alla ricerca di una forma, di un significato, anzi di una pluralità di significati. Il suo poiein è, più che un lavoro da contadino, un lavoro da orafo della materia, di quel materiale che è il linguaggio. Egli scolpisce i blocchi di pietra dellesperienza che si trova a interrogare come monoliti di marmo misto a roccia calcarea di cui si tratta di individuare le venature: che sono poi le mappature di significato. In questo senso il materiale del linguaggio per lui insegue quello apparentemente caotico ma certamente significante, anzi pluri-significante, dellesperienza. Quellesperienza che per lui, proprio in quanto terreno da arare o roccia da scolpire, è già cultura: coltivazione di significati. Il lavoro è dunque materiale, anche ha a che fare con ciò che di più astratto vi può essere nellesperienza: le venature segrete e profonde dei significati. Significati che sono simboli, archetipi, allegorie, ma in genere tracce semantiche, vettori di senso che il poeta esplora a partire da quel materiale che è il linguaggio. Vi è insomma una doppia materialità, quella del linguaggio, scalpello oraziano duttile e flessibile, ma inesorabile nel sollevare strati di esperienza e interrogarli, e quello dellesperienza stessa, che Isella interroga appunto come terreno o roccia sedimentaria dotata di proprie leggi ontologiche interne (quasi corrispondenze baudelairiane sollevate su una dimensione mitologica o antropologica). 2. SPERIMENTALISMO E LAVORO SUL LINGUAGGIO Il linguaggio dunque qui è tutto, e non è solo vettore di senso, non è solo significante subordinato al significato, al referente. In questo Isella si riconosce fin dalla prima opera debitore di quellesperienza in fondo sconvolgente, anche se ormai datata, che è stata la Neoavanguardia degli anni 60. Giovanili errori, definisce Isella quegli sperimentalismi, quelle trasgressioni linguistiche- presenti nelle Vigilie incustodite (pref. Guido Ceronetti), Casagrande, Bellinzona 1989. Conservo nel proverbiale cassetto solo poche tracce dei miei giovenili errori: sperimentalismi, trasgressioni linguistiche che a uno studente infatuato delle neoavanguardie, qual ero tra i Sessanta e i Settanta, andrebbero perdonati. Nulla di ciò (salvo briciole) dato alle stampe. Ne è rimasta però linquietudine, la consapevolezza che la poesia è un continuo sfidare i limiti del linguaggio. La stessa raccolta desordio, Le vigilie incustodite (1989), può dirsi grosso modo sperimentale: ne fanno fede la messa in circuito di oggetti testuali retti da topologia non-classica, la sintassi ellittica, la decostruzione prospettica dellimmagine. Unipersaturazione, alla fin fine, che ha lasciato vistose fiacche sulle pagine. Ma quel titolo (il richiamo è al dantesco picciola vigilia/ dei nostri sensi chè del rimanente) protegge una sostanza del contenuto da cui non potevo prescindere. Voglio dire lavventura lungo rotte non protette, lasciata alle spalle la carcassa di un io solare ormai quasi innominabile. Al posto dellio o degli ii, ecco gli iddii sepolti nelle rovine della creazione, i simulacri della catastrofe. Sopra queste due mandorle belle Così talvolta recede la parola (*) La mandorla è un frutto speciale, un ambiguo frutto-seme: la parola designa anche la forma ovoidale che racchiude e protegge, in taluni affreschi medievali, figure sublimi. E lacquario? Forse esso metaforizza limmagine assoluta (e vana) dove confluiscono gli oggetti del desiderio. Il sorso negato è motivo ricorrente nelle Vigilie. Laspettativa, mai soddisfatta, di una bevanda altra (salvifica?), si riscontra pure in Liquida bimba.(Gilberto Isella, Autoantologia, Tellus 2006) Eppure non tutto di quellesperienza va gettato: non vanno gettati soprattutto due elementi: il tentativo di superamento della «carcassa dellio solare innominabile», e la concezione della poesia come un continuo sfidare i limiti del linguaggio. Ne nasce in quella prima opera un armeggiare con il linguaggio fitto e tenace, dove ogni parola segue laltra sempre in linea trasgressiva, non diatonica si potrebbo dire ma straniante, come un colpo al cuore dei significati normalmente trasmessi dal linguaggio educato, un colpo alla prevedibilità dei significati in cui il referente domina il significante come semplice strumento. Leffetto è quello di un ispido e intricato intreccio, un moncone di scultura michelangiolesca (solo in senso metaforico) che emana la forza materia dellincompiuto. Ogni parola, ogni immagine è dunque un impegno, un colpo di scalpellino, un graffio e un incisione. |
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3. LA DECOSTRUZIONE SIMBOLICO-ARCHETIPICA DEL REALE: IL BILANCIERE DELLORAFODopo i furori sperimentali, che non si sono mai del tutto assopiti, Isella resta il poeta della esplorazione dei significati archetipici, simbolici, semantici e anche allegorici della cose: insomma la mappatura dei significati più o meno reconditi che il linguaggio riesce a esorcizzare o a risvegliare da una esperienza come materia apparentemente caotica e refrattaria. In questo Isella fa valere la sua cultura mitologica, filosofica, fisica e meta-fisica, e anche antropologica, con una attenzione quasi virtuosistica al variare dei registri. Il grande bisogno di prosa, che avvertivo dopo questo lavoro, ha dato vita a Discordo (1993), fantasia sul viaggiare contenente un numero esiguo di versi, dove il contesto è il paesaggio spagnolo (echi di un mio soggiorno reale), ma dove lo spettacolo naturale si carica di simboli e diventa lo sfondo di una riflessione sugli archetipi mediterranei della nostra civiltà. (Lidea di arché si collega anche al pensiero poetante dei presocratici, in particolare a Empedocle, filosofo della discordia ontologica.) (Gilberto Isella, Autoantologia, Tellus 2006) Dopo il bisogno di prosa (poetica) espressa di Discordo del 1993, ecco un titolo neologistico e anfibio, come Apoteca del 1996, dove comunque ben viene evidenziato il valore di un linguaggio quasi sacrale che come dietro una teca custodisce il senso delle cose arcaiche dentro di noi, desideri e simboli (un avvicinamento netto alla concezione archetipica jungiana). Se il succo si dilata Ma diversa la goccia, il tuo destino: (Gilberto Isella, Apoteca, 1996) Isella scava (de-costruendo) ancora più nella sostanza allegorica, simbolica e archetipica del reale con quel suo immaginario implacabile eppure flessibile, allucinato e culturalmente nutrito, che avanza testardamente nel cuore delle cose, svuotandole come puzzle di significati. Questo lavoro, come si diceva, di orafo (o di scultore-cesellatore di marmo e oro), produce continue vertiginose equiparazioni allegoriche, o semplicemente analogiche, come se il poeta ponesse sui due piatti del suo bilanciere una doppia o multipla realtà (fatta innanzitutto di materialità da una parte e di venature di significato dallaltra). 4. LE TRAME DI SIGNIFICATO DEL CAOS Il caos non è mai stato assente nella poesia di Isella, né la ricerca del Nome che possa nominarlo e dargli forma. Quando questo aspetto si contrae nel titolo Nominare il caos del 2001, viene del tutto a galla la componente ermeneutico-ontologica della poesia di Isella, quella cioè che lo spinge a penetrare e possibilmente governare, con il nome, il materiale dellesperienza che sfugge al controllo della ragione. Per cogliere questa nuova trama di significati nellinsignificante, o di sun-ballein nel caos primordiale non simbolico, il poeta utilizza una sorta di sguardo sulle cose contro-luce, una doppia visione, o un vedere la realtà attraverso i raggi x di un ottica allucinata: il brillio segreto delle cose che allude alla loro forma nellinforme. Una sorta di cosmogonia segreta, inattingibile se non al linguaggio poetico, ma soprattutto un voler catturare senza interpretarli ancora i fenomeni del mondo al loro stato originario, primordiale: inseguendo, per cosi dire, i vettori di senso (ancora una mappatura originaria dei significati). Due segnali di corno (*) La percezione degli stati caotici dellessere viene preannunciata da segnali di corno (strumento emblematico già presente nelle Vigilie). Ignoriamo come si manifesterà la natura del mondo, forse la mescolanza di nascimenti ingrati avrà il suo contraccolpo in una sorta di follia della rappresentazione. [In una poesia inedita di parecchi anni fa si poteva leggere: Pie marionette/ saranno api nel pollaio/ tra piume e balsami/ che la notte manomette.](Gilberto Isella, Autoantologia, Tellus 2006) Si rafforza in Isella una curiosità quasi da entomologo metafisico nei confronti del magma vitale (talvolta di empedocliana o lucreziana memoria) con tutti i suoi aspetti brulicanti o energetici a partire dal microcosmo che la fisica contemporanea ben conosce, e del rapporto che questo magma stabilisce con la ragione (che lavora di forbici e spesso grossolanamente). Anche nelle ultime opere la furia sperimentale rimane non assopita e si traduce in una caparbia torsione del linguaggio nella direzione della materialità del mondo e delle sue oscure forze. Da una parte la ricerca è quella di una connotazione semantica plurima del reale, testimoniata dalle vertiginosi didascalie che il Poeta appone alle poesie selezionate nellAutoantologia. Dallaltra il vecchio scalpello sperimentale delle prime opere ritorna qui sotto forma di vertiginose laceranti metafore (come ictus della polvere), che tendono ancora a decostruire la realtà per comprenderne le trame di senso. L'aria del primo mattino per comporre il suo totem (Gilberto Isella, Krebs, Balerna, 2000) A cura della Redazione Virtuale Milano, 20 giugno 2006
I commenti dei lettori
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