LA POESIA DI ATTILIO BERTOLUCCI DESCRIVE LA NATURA, CON LA PRESENZA UMANA CHE SI FONDE CON ESSA

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Attilio Bertolucci (1911-2000)


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ttilio Bertolucci è nato nel 1911 a San Lazzaro, in provincia di Parma, città nella quale compie gli studi, prima di frequentare l’Università. A Bologna, dove si laureerà in Lettere, compagno di corso di Giorgio Bassani, frequenta le lezioni di Roberto Longhi. Dal 1938 al 1954 insegna Storia dell’Arte; a Roma, dove si è trasferito nel 1950, entra nel comitato direttivo dell’«Approdo», realizzando programmi per la RAI e dedicandosi all’attività giornalistica. Nel 1963 esordisce nella regia cinematografica il figlio Bernardo, con La commare secca, da un soggetto di Pasolini.

Bertolucci a maturato la sua formazione letteraria nel vivace ambiente emiliano e parmigiano, dove frequentava Cesare Zavattini, Giovanni Guareschi, Silvio D’Arzo, il critico Oreste Macrì e l’editore Guanda, con il quale dà vita, nel 1939, alla collana di poeti “La Fenice”.

Precocissimo è l’esordio poetico con la raccolta Sirio (1929), alla quale seguirà, nel 1934, Fuochi di Novembre. Si tratta di liriche brevi, che tuttavia si distinguono dai modi dell’imminente Ermetismo, per risolversi soprattutto in una poesia della natura, colta nelle sue vibrazione intimistiche, nelle sue ripercussioni sul soggetto (come risulta da non pochi titoli, la stagione privilegiata è l’autunno, come stagione di transizione e di passaggio).

In seguito, tuttavia, pur senza abbandonare i legami con la sua attività precedente, Bertolucci rivela una peculiare e originale vocazione di narratore in versi, destinata ad affermarsi pienamente nel dopoguerra. Nel 1951 esce La capanna indiana, un poemetto che rifiuta i modi sia del postermetismo che del neorealismo, della poesia “esoterica” e di quella impegnata. Il racconto si sviluppa con un andamento piano e scorrevole, a cui sono estranei sia il lirismo sia ogni intento ideologico-dimostrativo. Ne deriva la poesia – piuttosto inedita e inconsueta nella nostra tradizione – di una natura còlta nel suo manifestarsi e nel suo fluire, in sintonia con una presenza umana che si fonde con essa.

Ma La capanna indiana è anche il preannuncio di un progetto ben altrimenti ambizioso, coltivato negli anni e giunto a maturazione solo tra il 1984 e il 1988, periodo durante il quale vedono la luce le due parti in cui è divisa La camera da letto. All’origine si può considerare la scommessa, accettata e vinta, contro un’affermnazione di Edgar Allan Poe, secondo cui era impossibile realizzare un’ampia composizione poetica senza che si verificassero cadute di tensione e di tono. La camera da letto è, infatti, un lungo poema in versi di tipo narrativo, articolato in 46 canti, al centro del quale si colloca la vita familiare, simbolicamente aggregata al titolo, attraverso il succedersi delle varie generazioni. Ne risulta una sorta di epica del quotidiano, quasi in sordina o in tono minore, che va dalle origini favolose, quando i progenitori si insediarono nella campagna parmense, fino all’inurbamento del protagonista, e agli anni del matrimonio e della nascita dei figli. Per quanto riguarda le cadenze della versificazione, ricompare il ritmo fluido già riscontrabile ne La Capanna indiana, anche se non mancano momenti più franti e discontinui, soprattutto là dove il soggetto rivela le proprie ansiose incertezze, e l’esile trama domestica si confronta (o si scontra) con le dure necessità della storia.

Che il poeta, del resto, avvertisse anche l’esigenza di una scrittura più inquieta e sofferta è confermato dalla raccolta del 1971, Viaggio d’inverno. Qui, come ha osservato Maurizio Cucchi, si «impone la novità di una poesia che si sposta da un apparente stato di dolce pacatezza, sia pure intimamente, sottilmente inquieta, a un’intensità drammatica che registra la malattia, la nevrosi, che irrompono sulla pagina con momenti di una violenza espressiva inattesa, con vere e proprie colate di materia verbale […]. Ne scaturisce un testo di corposità vibrante, con soluzioni di dirompente originalità nella forma, nella struttura del verso, che si dilata, che scorre nella divisione strofica con forti enjambements, assecondando la tensione interna nelle scansioni di una pronuncia emotiva». Il verso registra così anche l’irregolarità delle pulsazioni cardiache, quelle “aritmie” che danno il titolo a un libro di riflessioni del 1991: Aritmie, Garzanti.

Bertolucci è morto a Roma nel 2000; nel 1997 era uscita la raccolta, ne “I Meridiani” delle Opere.

A cura della Redazione Virtuale

Milano, 16 genaio 2006
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