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Stefano Finiguerri (1370-1412)

La sua poesia canzonatoria imperversava nelle osterie
(Viviana Ciotoli)

*
Nel clima di atmosfera festosa susseguente alla capitolazione di Pisa ghibellina ad opera dei guelfi di Firenze nasce la corrente comico-realistica di Stefano Finiguerri, principale esponente della poesia satirica fiorentina a cui si attribuisce un naturalismo forte e vigoroso

    Dormendo, in vision pervenni; desto
    trovàmi come uccel di poche penne,
    che d’ogni tempo nuota nell’agresto

*

uesti sono i primi tre versi della Buca di Montemorello, primo dei tre poemetti lasciatici da Stefano Finiguerri detto il Za, principale esponente della poesia satirica fiorentina. Il Za si inserisce nel contesto letterario del tempo aderendo al filone della poesia comico-realistica scegliendo la strada parodistica per la composizione delle sue opere letterarie.

Oltre a La buca di Montemorello, troviamo lo Studio d’Atene e Il gagno tre splendidi esempi della genialità di questo poeta che sono giunti fino a noi, pur avendo goduto egli di scarsa fortuna. I primi a interessarsene furono Benedetto Dei, Lorenzo il Magnifico (a cui è ispirato il Simposio), l’abate Vincenzo Follini (a lui si deve il primo studio critico: Dissertazione letta nella pubblica adunanza dell’Accademia Fiorentina della Libreria Magliabeccana il dì sei settembre 1805).

La critica del XIX secolo fu invece aspra e denigratoria; l’interesse dimostrato per questo autore del nostro quattrocento letterario da critici e studiosi quali Fanfani, Adolf Gaspary, Salomone Morpurgo, Vittorio Rossi e Vittorio Cian, muove da considerezioni che ne mettono a torto in evidenza la rozzezza e la meschinità poetica, riconducendola ad una mera imitazione dantesca quando non addirittura ad una ridicola e sterile enumerazine di nomi priva di spirito. Si dovrà attendere il 1884 per poter vedere rivalutata l’opera artistica dello Za ad opera del Romagnoli che lo inserisce nella sua trattazione intitolata Scelta di curiosità letterarie inedite e rare, edita ed illustrata dal Frati.

L’inserimento in questo testo risulta essere fondamentale nella storia di questo rimatore, tanto che, nel 1931 un’altro importante critico, Domenico Guerri, punterà su di lui la sua attenzione nel saggio La corrente popolare nel Rinascimento.

*

Privo di interesse di ordine morale o intellettuale questo studio attribuisce allo Za un naturalismo forte e vigoroso ponendo l’accento sul linguaggio schietto e volte brutale arrivando addirittura a tracciare un paragone tra il nostro poeta ed il Masaccio, accomunati dall’essere, «oltre ogni scuola», espressione diretta del genio stesso del popolo fiorentino.

Prima di apprestarci ad una analisi un poco più approfondita sul Finiguerri, è necessario gettare uno sguardo al contesto storico in cui si trovarono ad operare i poeti del tempo.

    1222: avviene il primo scontro cruento tra Pisa (ghibellina) e Firenze (guelfa); è Firenze a vincere.(Battaglia di Castel del Bosco).

    1341: battaglia sul Serchio: tra le due rivali è Pisa ad avere la meglio. Dopo questa data la situazione peggiora notevolmente e l’attrito tra le due città toscane si inasprisce.

    1363: sanguinose scorrerie dei pisani, alleati con le soldatesche inglesi e tedesche contro i fiorentini.

    1364: Battaglia di Cascina, i fiornetini ottengono una vittoria schiacciante sui pisani.

    1369: Pietro Gambacorta diviene doge a Pisa e da il via ad una politica di amicizia con Firenze.

    1392: pietro Gambacorta viene assassinato da Jacopo D’Appiano a causa delle sue posizioni filo-fiorentine.

    Jacopo d’Appianosi schiera dalla parte di Gian Galeazzo Visconti 1399: muore Jacopo d’Appiano ed il figlio Gherardo venderà Pisa a Gian Galeazzo Visconti il quale morirà nel 1402.

    Il governo di Pisa era stato nel frattempo assunto da Gabriele Maria Visconti, figio illeggittimo di Gian Galeazzo, il quale sottoporrà la città di Pisa ed i suoi cittadini a sistemi esattoriali vessatori.

    1405: Gabriele Maria Visconti vende la città di Pisa ai fiorentini.

    I pisani, profondamente umiliati, trucidano la guarnigione fiorentina posta a presidiare la città, tornano così a riaprirsi le ostilità tra le due città.

*

I fiorentini avanzano rapidamente verso Pisa, i Pisani, sentendosi perduti, scelgono di offrire la loro città al Duca di Borgogna il quale invia un ambasciata per intimare aglia assediatori di allontanarsi da Pisa.

    L’operazione si rivela fallimetare, i fiorentini non hanno alcuna intenzione di abbandonare la città che costituisce la soluzipne allo storico problema fiorentino dello sbocco sul mare.

    1406: Pisa cade definitivamente nelle mani di Firenze dopo ben nove mesi di assedio che riducono la città alla fame.

Il Capponi è nominato governatore di Pisa; grande è il dolore dei pisani nel vedersi soggiogati dagli storici rivali fiorentini.

A Firenze, al contrario grandissimo è l’entusiasmo per la vittoria su Pisa, tanto che il nove ottobre, viene indetta la festa cittadina in corrispondenza con la festività di S. Dionigi.

E’ in questa atmosfera di tripudio e di giubilo popolare che si sviluppa la particolarissima ed eterodossa rimeria comico-realistica, di genere satirico e scandalistico in concomitanza con le accese dispute intavolate tra umanisti e tradizionalisti.

Sedi privilegiate in cui veniva accolta questo genere di poesia erano le osterie (osteria del Buco), le botteghe (la barberia del Burchiello ne diventerà il centro simbolico), le Stinche e la piazzetta di S. Martino del Vescovo dove storicamente i cantastorie recitavano i cantari al cui ascolto tutta la popolazione accorreva.

Bersagli prediletti di questa rimeria furono: la cultura accademica ormai in piena decadenza, i più noti sodomiti ed i più incoscienti dilapidatori di patrimoni del tempo.

Il tono scanzonato e dissacratorio dei poemi del Finiguerri riflette appunto il clima di festa della Firenze gioiosa per la conquista di Pisa dopo la morte di Gian Galeazzo Visconti.

Costruiti tutti alla stessa maniera i poemetti risultano essere delle interminabili liste di cittadini di Firenze (solo ne Il gagno troviamo elencati anche i nomi di alcuni pisani) messi alla berlina per i loro vizi, per i difetti fisici e le loro losche malefatte. Siamo in grado di datare il lavoro svolto dallo Za nell’arco di tempo che va dal 1407 al 1412 avvalendoci dei riferimenti che è possibile rintracciare nei suoi testi.

*

Risulta difficile stabilire quale sia la reale destinazione dei poemetti dello Za, il dubbio si articola tra due possibilità: il Guerri, nel suo lavoro critico, si dice certo che essi siano cantari ma le obiezioni che è possibile muovere a questa sua tesi sono due: innanzitutto i poemetti dello Za sono scritti in terzine dantesche e non in ottave (scelta tipica del genere). Oltretutto gli argomenti, del tutto eterodossi rispetto al consueto repertorio canterino, inducono a pensare che sia più probabile la destinazione privata.

Caratteristiche peculiari dei poemi finiguerriani sono:

    1.l’adozione del fioentino parlato dal popolo. L’artista in questo modo ci offre un ritratto più realistico ed artisticamente valido della vita fiorentina dei primi anni del Quattrocento.

    2.il gusto per la più irriverente parodia letteraria. Seguendo queste due linee-guida ci è possibile rintracciare tra i versi finiguerriani la presenza di elementi tipici della letteratura coeva mirabilmete trasposti e parodicamente trasformati ai fini del dileggio per le pratiche artistiche accademiche.

In quest’ottica rientrano: l’utilizzo del topos della visione nel Gagno e nella Buca, la scelta delle guide tra individui loschi ed equivoci, in contrapposizione con i classici personaggi dellagiografia cristiana nonchè le frequentissime invocazioni ed i riecheggiamenti danteschi. Lungi dall’essere l’oggetto della sua sarcastica polemica, la Commedia dantesca costituisce il retroterra indispensabile di questa operazione. Essa offre un repertorio di stilemi e di topoi da utilizzare a scopo parodistico al fine di ottenere un perfetto ribaltamento del genere allegorico-didattico ormai decadente. I bersagli da colpire sono piuttosto I trionfi, L’amorosa visione, Il dittamondo ed i poemetti visionistici contemoporanei. La poesia dello Za, con il suo estro caricaturale ed uno stile di rara, briosa spigliatezza, risulta pertanto offrire uno dei più felici esempi di poesia satirico parodistica pre-burchielliana.


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NOTE
Le immagini in questa pagine rappresentano opere del Masaccio:

Dettaglio da La distribuzione dei beni e la morte di Anania

Ritratto di giovane (1435)

Ritratto di giovane (1423-25)

Masaccio dipinge Masolino, se stesso, Leon Battista Alberti (o forse Donatello) e Brunelleschi tra la folla nel San Pietro posto in trono.



BIBLIOGRAFIA

Milano, 2007-04-15 18:59:42

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«Io agisco regolarmente su due piani: "il piano umano", cioè la vita quotidiana; e il "piano disumano", cioè la finzione letteraria, le rappresentazioni della fantasia, più ≠ e qui viene la fiction ≠ quella parte ("arrangiata") di vita quotidiana che io volgo a profitto della letteratura, sfruttandone gli eventi come contenuti ai fini narrativi»

( Alberto Arbasino, L’Anonimo lombardo)

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