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La raccolta di novelle che per prima diede notorietà ad Anna Maria Ortese è un viaggio nelle viscere della città, durante il quale la scrittrice ci porta a conoscere ambienti e situazioni poco noti. Ma soprattutto ci dona una lettura scevra da pregiudizi e libera da quella facile retorica che connota generalmente le descrizioni di Napoli e dei suoi abitanti. La narrazione conduce attraverso realtà infernali. Nel descrivere lo stato della plebe, i vicoli della città, lindifferenza della classe borghese verso i problemi antichi di Napoli, la Ortese si serve di una scrittura lucida e appassionata, ma anche di uno sguardo critico, non complice, non patetico, con quelleffetto di estraniamento frutto di un profondo bisogno di rinnovare il proprio lessico |
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Difatti, abbandonando tutti i nobili principi siciliani, era partita da sola per Firenze, dove aveva incontrato mio padre, ragazzo burbero e allegro, ribelle e solitario, sportivo, inquieto, introverso e imprevedibile. Si sposarono subito, senza una lira e andarono a vivere a Fiesole, in una stanza in cima a una torre, mangiando patate bollite e uova sode. Gli occhi delle famiglie Maraini e Allata si chiudevano disgustati di fronte a questi due presuntuosi . |
Bagheria
Dacia Maraini ripercorre le tappe della sua infanzia isolana, dal momento in cui, lasciato il campo di concentramento giapponese, nel quale aveva trascorso due anni assieme alla famiglia, per la non adesione dei genitori alla Repubblica di Salò, approda a Palermo da Napoli. Nel ricordare la sua lontana infanzia e quel mondo che aveva ripudiato per ragioni oscure e profonde, lautrice si riconcilia con la sua derivazione materna, con una terra che scopre di amare ma di cui vuole anche denunciare gli orrori prodotti dalla Mafia e dal malcostume delle famiglie nobili, chiuse nella loro orgogliosa solitudine e ormai conniventi con uno stile sociale devastante e delittuoso. Per varie ragioni, non ultima la familiarità con cui cita il compagno di vita Alberto Moravia, è da considerare il suo romanzo più autobiografico. |
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Il romanzo di Ferrara
Questopera, composita e omogenea nello stesso tempo, venne realizzata da Giorgio Bassani nel corso di oltre quarantanni: lui stesso, nel 1974, provvide a riunire sotto un unico titolo i romanzi e i racconti, frutto di unintera vita di passione letteraria. Non si sarebbe potuto dare all'intero scritto un titolo più adeguato e illuminante di questo. Proprio Ferrara è la vera protagonista, il filo sottile, ma fortissimo, che lega tra di loro questi romanzi. Una Ferrara reale, storicamente connotata (si pensi solo a Il Giardino dei Finzi Contini), riconoscibile nella rappresentazione delle sue vie ordinate e della sua raccolta eleganza, ma anche una Ferrara simbolica, segno di una condizione esistenziale e di un modo particolare di vivere la storia: la stessa Ferrara che affiora in certi quadri di De Chirico. |
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Le tre donne vivevano della rendita del podere coltivato da lui. Nelle annate scarse donna Ester diceva al servo, al momento di pagarlo (trenta scudi allanno e un paio di scarponi): «Abbi pazienza, per lamor di Cristo: il tuo non ti mancherà.» E lui aveva pazienza, e il suo credito aumentava di anno in anno, tanto che donna Ester, un po scherzando, un po sul serio gli prometteva di lasciarlo erede del podere e della casa, sebbene egli fosse più vecchio di loro. Vecchio, oramai, e debole; ma sempre un uomo, e bastava la sua ombra per proteggere ancora le tre donne. Adesso era lui che sognava per loro la buona fortuna: almeno che Noemi trovasse marito! E a lui, al povero servo, non rimane che ritirarsi per il resto della vita nel poderetto, spiegar la sua stuoia e riposarsi con Dio, mentre nel silenzio della notte le canne sussurrano la preghiera della terra che saddormenta. |
Canne al vento, vite in balia della sorte, ma, come le canne, anche queste vite squassate sono destinate in fondo a rimanere ostinatamente radicate sul proprio suolo dorigine: potranno spezzarsi, ma non trapiantarsi. Punteggiati dal tema dellincesto vagheggiato e non consumato insieme con quello della sete di denaro, ci saranno lutti e nozze, si ricomporranno destini, ma resterà un senso dincompiutezza, dincontro mancato, di tensione, oltre e contro le intenzioni dellautrice, che in un simulacro di happy ending raccoglie tutto lamaro lentamente accumulato nel corso del romanzo. Lo stile della Deledda è forse soltanto laffannosa ricerca di uno stile, in una scarna, drammatica prospettiva esistenziale e morale. Là dove non la soccorrono le descrizioni e gli abrupti calchi lessicali dal sardo, lingua di manierismi e invettive, la scrittura poggia sulla forte sghembatura della composizione, nel punto dosservazione tutto concentrato su Efix, così ribassato che costringe il lettore idealmente a guardare le cose da un livello rasoterra. |
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La romana
Scritto tra il 43 e il 46 e pubblicato nel 1947, La romana segna una tappa importante nello sviluppo della narrativa di Moravia. Protagonista del romanzo, ambientato a Roma al tempo della guerra dEtiopia, è una straordinaria figura femminile, profondamente viva e moderna: Adriana, unattraente diciottenne. Sua madre Margherita, una modesta camiciaia soggiogata dalle ristrettezze di una vita coniugale fallita e dalla annichilente miseria, vorrà per la figlia un'esistenza diversa, più tranquilla, onesta e basata sul privilegio datole dalla bellezza. Alla ragazza, invece, finita nelle spire della prostituzione, toccherà affronare un destino contorto, amaro, infelice e costellato da figure maschili senza scrupoli e coscienza. In lei sopravviverà comunque la speranza di un cambiamento in virtù della nuova vita che porta dentro sé, nonostante essa sia frutto del rapporto con un delinquente dallanimo malvagio e insensibile. Il romanzo troverà la sua inaspettata conclusione, con un Moravia eccezionalmente intenerito e portato alla pietà, in un mondo meno infelice e lontano dallo squallore più greve. |
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