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E quanto si potrebbe evincere dallanalisi della comitragedia Giovanni Maria Visconti duca di Milano - quasi del tutto ignorata persino dagli addetti ai lavori (ritenendola, forse a ragione, un lavoro minore e frutto estemporaneo e occasionale) - che venne scritta a quattro mani da Carlo Porta e Tommaso Grossi in quindici giorni , tra il gennaio e il febbraio 1818, e che doveva essere recitata al Teatro della Canobbiana da parte della compagnia Granata in occasione dellimminente Carnevale. Ma il Giovanni Maria Visconti non venne mai rappresentato, perché immediatamente bloccato, prima che andasse in scena, dalla censura, a firma del conte di Raab, direttore generale della polizia austriaca. «Certamente le allusioni erano nellaria, poiché numerosi artisti della prima metà dellOttocento, si pensi a Verdi e a Manzoni , cercavano di evitare la mannaia della censura, facendo vivere le proprie opere in altre epoche storiche. dice Giancarlo Vigorelli, presidente del Centro nazionale di studi manzoniani, ubicato a Milano presso la Casa del Manzoni, in via Morone 1 Unintenzione comune che, però, non necessariamente implica per la comitragedia sovrapposizioni così fantasiose e poco attendibili ».
La trama della comitragedia, divisa nei canonici 5 atti, - il Porta si era riservato laspetto comico e il vernacolo, il Grossi le situazioni drammatiche, ricche di pathos e sangue, e litaliano - oltre allaspetto storico-politico, si sviluppa attorno alla passione fra Violante e il cospiratore Lucchino, amore che il duca Giovanni Maria Visconti osteggia, fino ad imprigionare la giovane che rimane in sua balìa. Ma il vero protagonista della vicenda è Biagio da Viggiù, luomo darmi di Lucchino, costretto a superare tutta una serie di comiche peripezie quando si arruola fra le guardie ducali con lo scopo di seguire la sorte di Violante. Lassassinio del tiranno da parte dei congiurati porta inevitabilmente al lieto fine. Soffermandosi scena per scena e, poi, messi a confronto strutturalmente aspetti linguistici e connotazioni di alcuni personaggi con quelli de I promessi sposi, pare lecito avanzare ipotesi e sottolineare coincidenze. Nel primo atto ecco Lucchino, che fa pensare allirruenza di Renzo, esclamare contro il Duca: «Con qual gioia non immergerei io il mio pugnale nel cuore di quella tigre, che mi ha strappato crudelmente dal fianco la mia cara Violante nel punto in cui le più avventurose nozze andavano ad unirci per sempre!». E il balbettante Biagio, codardo per natura, non ricorda nei tratti e nelle parole il Don Abbondio che incontra al tabernacolo i due bravi? Mentre il Duca sembra incarnare certi aspetti di Don Rodrigo, ma anche la pietà del redento Innominato dinanzi alla giovane in suo potere. E come non pensare a Lucia, alla sua prima notte nel castello dellInnominato, al suo voto di castità leggendo la scena seconda dellatto quarto, quando gli autori nella didascalia descrivono Violante in prigione inginocchiata e con le mani giunte, che poi si rivolge a Dio, perché accetti il suo sacrificio, mentre esclama : «voglio morire illibata ». E il Duca, dopo essersi guardato in atto di spavento il braccio destro, non sembra forse rivolgersi a Squarcia nello stesso modo in cui Don Rodrigo, dopo essersi accorto di star male e di aver contratto la peste, dà ordini al Griso, il quale, tradendolo, invece di avvisare il medico, chiama i monatti? «A mio parere sono argomentazioni che sfiorano lassurdo. afferma Giancarlo Vigorelli - Questi tentativi di accostamento toccano il ridicolo, non presentano alcun senso di credibilità critica, sono tirati per i capelli, come del resto fa Guido Bezzola quando afferma che I promessi sposi risentono dellesperienza portiana, mettendo a confronto direttamente due personaggi così profondamente diversi, quali la carnale Tetton della poesia Lament del Marchionn di gamb avert e Lucia. Continua Vigorelli: «Sicuramente Manzoni adorava il Porta, e ciò che li unisce è la loro lombardità, una matrice comune, tanto è vero che il Manzoni ebbe la tentazione di scrivere il proprio romanzo prima in francese, poi in milanese, poiché voleva emulare il Porta, che in ogni verso delle sue poesie dimostra strordinariamente la propria capacità narrativa. Successivamente il Manzoni decise di creare il primo romanzo in lingua italiana per impedire la sopravvivenza di un neoclassicismo ormai svuotato, e diede così vita alla letteratura moderna italiana». Gennaro Barbarisi, docente di Letteratura italiana alla Statale di Milano e curatore di unedizione delle poesie del Porta, pur non entrando in merito nella questione delle possibili coincidenze fra la comitragedia e il romanzo manzoniano, rivendica «innegabile lapporto della poesia portiana alla genesi de I promessi sposi, come bene ha messo in luce il Bezzola, il quale sottolinea la capacità del Manzoni a trovare nel Porta esempi diretti e immediati di lingua viva e quotidiana, per cui andrebbe capovolto il consueto schema che vede il Porta in posizione ancillare di fianco al grandissimo Manzoni. «Per me sono due autori di pari importanza e dignità. Peccato che oggi vi siano sempre meno lettori in grado di apprezzare direttamente il linguaggio vernacolare del Porta». Sulla stessa linea Dante Isella, che specifica quali coincidenze siano criticamente accettabili: «Parlerei per I promessi sposi di echi poligenetici che vanno a sovrapporsi. E questa ipotesi di appartenenza della comitragedia a tali stratificazioni potrebbe essere una suggestione molto interessante. Del resto il Manzoni ebbe modo di leggere il Giovanni Maria Visconti prima dellinizio della stesura del suo romanzo, non solo per lamicizia che legava i tre letterati, e quindi probabilmente già al momento della censura dellopera teatrale, ma perché, dopo la morte del Porta, la comitragedia venne pubblicata dal Grossi, assieme a tutte le poesie, nel dicembre 1821. E proprio in quel periodo il Grossi andò ad abitare in casa Manzoni, dove il Don Lisander gli assegnò una stanza tutta per lui come ospite fisso. Per di più, non solo il Manzoni conosceva a memoria le poesie del Porta, ma certe scene e certe battute del Giovanni Maria Visconti rimasero scolpite nella sua mente tanto che in una lettera inedita a Francesco Rossi, priva di data, il Manzoni chiede al bibliotecario un trattato di Dionigi dAlicarnasso e soggiunge: "Non sarà male però, che ci sia anche un pochino di traduzione latina per mio divertimento, per mio divertimento, come disse Biagio da Vigiuto, in un caso poco dissimile". Dico francamente conclude- che è possibile che vi sia una plausibilità nelle argomentazioni e negli accostamenti avanzati, e cioè che I promessi sposi risuonino qua e là di echi portiani, compresi quelli che potrebbero essere dedotti dalla comitragedia, ma anche di tutta la grande letteratura dialettale milanese preesistente». TABELLA COMPARATIVAMilano, ottobre 2000
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