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Per una nuova Etica dello sviluppo

Il trattamento meccanico-biologico (TMB)

Non un’alternativa alla raccolta differenziata, ma uno degli anelli finali del ciclo dei rifiuti
(di Vittoria Polidori)

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La combustione dei rifiuti determina un impatto ambientale e sanitario e disincentiva la raccolta differenziata finalizzata al recupero dei materiali contenuti nei rifiuti. La strategia proposta di Greenpeace porta a ridurre in modo drastico la quantità di rifiuti residui, vanificando la costruzione di nuovi impianti d’incenerimento. I rifiuti solidi urbani prodotti da una raccolta differenziata spinta, possono essere trattati esclusivamente attraverso il TMB (trattamento meccanico-biologico), senza alcun ricorso alla combustione. Ciò che rimane, ormai inerte, può quindi essere smaltito in una discarica controllata con un basso rischio di formazione di metano, CO2, percolato e incendi.

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l TMB non è una tecnologia nuova, ma rappresenta un’evoluzione degli impianti di compostaggio dei rifiuti di diversi anni fa. Consiste essenzialmente di due fasi. La prima, quella meccanica (attraverso setacci, magneti, correnti di aria, ecc.), serve ad estrarre la parte secca che ancora si trova nel rifiuto residuo, depurando la frazione organica da sostanze estranee alla sua stessa natura prima di avviarla alla seconda fase.

Quest’ultima, la fase biologica (digestione aerobica e/o anaerobica), ha lo scopo di stabilizzare la frazione organica rimanente (FOS) da impiegare in usi non agricoli (diversi dal compost di qualità), quale materiale tecnico per coperture giornaliere di discarica (o di quelle in esaurimento) e/o come materiale per recupero paesaggistico di aree degradate e di ripristino ambientale in genere (es. recupero di ex cave). In ogni caso lo scopo è quello di rendere inerte qualsiasi materiale organico attivo e stabilizzarne così il residuo il quale, una volta messo in discarica, avrà un impatto ridotto del 90% in termini di produzione di metano, CO2, formazione di percolato, odori e incendi (3).

Questo sistema non vuole essere un’alternativa alla raccolta differenziata, ma uno degli anelli finali del ciclo dei rifiuti. In linea generale, esistono due tipi di filiere relative al TMB:

1. Il TMB come parte integrante della filiera dell’incenerimento e finalizzato a produrre CDR, il combustibile derivato dai rifiuti (bioessiccazione).
I rifiuti residui vengono triturati e, una volta vagliati, producono due flussi: sottovaglio e sopravaglio. Il sottovaglio è prevalentemente la parte organica dei residui, mentre il sopravaglio rappresenta la frazione secca, che necessita di essere sottoposta a specifici trattamenti per eliminare ogni fonte di umidità. Al termine del processo si ottiene il CDR, sottoforma di balle, che verrà bruciato in impianti dedicati (inceneritori), in centrali termoelettriche o in cementifici. Il sottovaglio, invece, dopo essere stato sottoposto ad un processo di stabilizzazione aerobica, viene poi messo in discarica controllata o impiegato nelle attività di ripristino in genere.

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2. Il TMB come impianto per minimizzare il ricorso alle discariche, senza ricorrere ad alcuna forma di combustione dei rifiuti (stabilizzazione prediscarica e/o produzione di frazioni stabilizzate per applicazioni paesisticoambientali).
Scopo di questo impianto di TMB è quello di separare dal rifiuto residuale, le sostanze pericolose ed i materiali riciclabili ancora presenti, fino a ridurre, stabilizzare e rendere inerte il residuo organico da smaltire in discariche controllate.
Non avviene la triturazione dei rifiuti, ma questi sono fatti scorrere su un nastro trasportatore, dove addetti rimuovono rifiuti pericolosi quali pile, batterie, barattoli di vernice, medicine ecc.
Inizia poi la fase meccanica di vagliatura, la quale consente la separazione di metalli, materiale plastico, vetro ecc. (sopravaglio), dal residuo finale compostabile (sottovaglio), che passa alla fase biologica. Quest’ultima può essere una fase mista, cioè composta da digestione anaerobica (in assenza di ossigeno), che produce biogas (costituito in prevalenza di metano) utile ad alimentare l’impianto stesso, e da fase aerobica (in presenza di ossigeno), cioè compostaggio con materiale in uscita biostabilizzato che può, oltre ad essere smaltito in sicurezza, essere impiegato per ripristini ambientali o per ricoperture di discariche.
È importante sottolineare come il biogas prodotto nello stadio anaerobico, può essere sottoposto a recupero energetico e quindi impiegato da una parte per alimentare l'impianto stesso e dall’altra per produrre calore ed energia elettrica destinata a terzi. Questa risorsa di energia può essere assimilata a fonte rinnovabile e quindi potrebbe godere dei sussidi statali devoluti, anche attraverso il recepimento di normative comunitarie, alle fonti energetiche rinnovabili (vedi dopo).

Greenpeace sostiene quegli impianti di TMB in cui non è prevista alcuna forma di combustione dei rifiuti per ottimizzare il recupero ed il riciclo dei materiali contenuti nei rifiuti, anche a valle della raccolta differenziata, e per abbattere ogni fonte d’inquinamento. Il volume occupato da una discarica che deve accogliere il biostabilizzato in uscita da un impianto di TMB è minore rispetto ad eventuali discariche per rifiuti pericolosi, necessarie per lo smaltimento delle ceneri e scorie prodotte da un impianto d’incenerimento. Altro vantaggio dei sistemi TMB è dato dalla loro flessibilità: con l’aumentare del riciclaggio dei materiali e la diminuzione dei rifiuti residuali, parte dell’impianto può essere riconvertito per il compostaggio di alta qualità o per il recupero dei materiali separati. Inoltre, questi impianti possono prevedere una sezione di “Ricerca” che abbia il compito, alla fine del processo, di rilevare le criticità dei materiali presenti nel residuo finale, al fine di governare la merceologia del rifiuto piuttosto che subirla. Lo scopo, quindi, è dare indicazioni a monte del sistema, cioè all’industria e ai produttori, per una riprogettazione dei prodotti, in funzione della riduzione del rifiuto (come gli imballaggi) e della sostituzione di quei materiali non riciclabili, con altri più ambientalmente compatibili, al fine di ottimizzare il riuso e riciclaggio dei rifiuti.

L’incenerimento? Una falsa soluzione

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L’incenerimento è una falsa soluzione del problema rifiuti: poiché nulla si crea e nulla si distrugge, ciò che non viene trasformato in cenere lo si ritrova sottoforma di polveri, gas, fanghi. Le ceneri, così come i filtri degli impianti, andranno comunque smaltiti in discarica ed, in alcuni casi, come rifiuti speciali, visto l’elevato grado di tossicità.

L’incenerimento dei rifiuti comporta una serie d’impatti ambientali e sanitari che nessuna tecnologia può risolvere. Anche un inceneritore dotato di BAT (Best Available Techniques) produce numerose sostanze pericolose, alcune delle quali hanno effetti mutageni e/o cancerogeni e/o d’interferenza endocrina. Tra le sostanze emesse troviamo: metalli pesanti in traccia, come piombo, cadmio, mercurio; ossidi di zolfo e di azoto; idrocarburi policiclici aromatici (IPA); inquinanti organici persistenti (POP) come diossine, furani e PCB, e altre centinaia di composti organici che non si riesce a monitorare; polveri (PM10, ma anche le più nocive PM2,5 e PM0,1).

A causa del contenuto di plastiche nei rifiuti e nel CDR e per la bassa efficienza degli inceneritori, le emissioni specifiche di CO2 dell’incenerimento sono più elevate persino di quelle delle centrali a carbone. Secondo le stime di Greenpeace (settembre 2006), a parità di energia prodotta, gli inceneritori emettono più CO2 delle centrali a carbone (940 grammi per kilowattora gli inceneritori; 900 le centrali a carbone; 530 la media per tutte le fonti).

Anche impianti che utilizzano processi di più recente sperimentazione, come la pirolisi e la gassificazione termica, non sono privi di impatti ambientali e sanitari e, nella misura in cui disincentivano la riduzione a monte, il riuso, il riciclaggio o il compostaggio, non possono essere considerati una soluzione al problema rifiuti.

Qualunque tipo di impianto di incenerimento richiede un costante e ingente afflusso di rifiuti: va quindi nella direzione opposta all’auspicata riduzione della loro produzione.

Incenerire non conviene nemmeno dal punto di vista economico. La realizzazione di un inceneritore richiede tempi lunghi (almeno 4-5 anni) e alti investimenti iniziali. Bruciare i materiali che potrebbero essere avviati a riuso, riciclaggio o compostaggio rappresenta poi uno spreco di risorse e di energia: l’incenerimento recupera solo il 18-20% del potenziale calorifico dei rifiuti, senza contare l’energia necessaria per produrre le balle di CDR (combustibile derivato da rifiuto), smaltire le ceneri, filtrare le polveri, depurare le acque, ecc. Una volta inceneriti i materiali post consumo, si crea inoltre la necessità di altra energia per estrarre e trasportare le materie prime utili a produrre nuovi prodotti di consumo. Il recupero della materia mediante riciclaggio e compostaggio permette, invece, di utilizzare più volte lo stesso materiale, ottenendo vantaggi energetici da 3 a 5 volte superiori.

Nel nostro Paese è stato coniato il termine “termovalorizzatore” allo scopo di attenuare quello che nell’immaginario pubblico può evocare il termine inceneritore. Di fatto i cosiddetti termovalorizzatori - termine usato per indicare l’incenerimento di rifiuti con recupero di energia (waste to energy) - non valorizzano molto e non starebbero sul mercato in assenza d’incentivi finanziari. Purtroppo in Italia questi impianti hanno potuto godere di lauti sussidi statali, attraverso il sistema dei CIP6 e dei certificati verdi. Recependo in maniera errata la direttiva europea 2001/77/CE, il D.Lgs.387/2003 ha assimilato, infatti, ad energia prodotta da fonti rinnovabili anche quella proveniente dalla combustione dei rifiuti inorganici (come quelli in plastica e il CDR, per esempio).

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Per chiedere l’abolizione di tali sussidi, a settembre 2006 Greenpeace Italia e la Rete Nazionale Rifiuti Zero hanno presentato al Parlamento italiano circa 30 mila firme. Dopo pochi mesi, la Legge Finanziaria (art.1, comma 1117 e 1118) ha riconosciuto l’errore e abrogato l’assimilazione, lasciando tuttavia inalterati i contributi concessi agli impianti in funzione e la possibilità di concederne altri, in deroga, ad impianti realizzati ed operativi ed ai nuovi impianti già autorizzati, ma di cui sia stata avviata concretamente la realizzazione anteriormente all’entrata in vigore della Legge Finanziaria. Nonostante questo primo passo in avanti, è tuttavia necessario un maggiore impegno sul fronte legislativo, al fine di abolire ogni incentivo alla combustione dei rifiuti, unico strumento che possa fermare questa corsa all’incenerimento dei rifiuti.

Conclusioni

Greenpeace si oppone alla combustione tanto del rifiuto “tal quale” quanto del CDR (combustibile derivato da rifiuti) e del CDR-Q (CDR “di qualità elevata”), sia in inceneritori, di vecchia e nuova generazione, che in cementifici o centrali termoelettriche. La combustione dei rifiuti, oltre che determinare un impatto ambientale e sanitario, disincentiva qualsiasi strategia a monte di riduzione e raccolta differenziata finalizzata al recupero dei materiali contenuti nei rifiuti. L’attuazione della strategia proposta da Greenpeace porterebbe a ridurre in modo drastico la quantità dei rifiuti residui, non giustificando così la costruzione di nuovi impianti d’incenerimento. Lo stesso “residuo”, quel 15-30% circa dei rifiuti solidi urbani che resta a valle di una raccolta differenziata spinta, può poi essere trattato esclusivamente con un’impiantistica a freddo, attraverso il TMB, senza alcun ricorso alla combustione. Ciò che rimane, ormai inerte, può quindi essere smaltito in una discarica controllata con un basso rischio di formazione di metano, CO2, percolato ed incendi.

Una gestione dei rifiuti che escluda la combustione non solo è un’alternativa praticabile, ma anche l’unica sostenibile, la sola che persegue l’obiettivo “Rifiuti Zero”, indicato dalla stessa Legge Finanziaria approvata a fine 2006. Questa Legge, raccomandando il raggiungimento del 40% di raccolta differenziata entro fine 2007, del 50% entro 2009, del 60% entro 2011, ha inoltre riconosciuto l’obiettivo “Rifiuti Zero” per gli anni successivi al 2011 (art.1, comma 1109).

La strategia promossa da Greenpeace riduce l’impatto ambientale, crea più occupazione, risparmia energia e quindi nel complesso è conveniente anche dal punto di vista economico. La strategia, che esclude il ricorso all’incenerimento, riduce l’impatto sanitario della gestione dei rifiuti, evitando le emissioni di gas nocivi e la produzione di rifiuti pericolosi (ceneri). Inoltre, permette di aumentare tutte le attività che precedono lo smaltimento dei rifiuti. In questo modo, si crea più occupazione, si trasforma il rifiuto in risorsa, si risparmia sul consumo di materie prime e d’energia necessaria per estrarle, trasportarle e trasformarle, promuovendo così uno sviluppo davvero sostenibile a tutela delle generazioni future.

(FINE)
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NOTE
(3) In linea anche con il recepimento della direttiva discariche 99/31 (Dlgs 13 gennaio 2003 n. 3), che prevede la progressiva riduzione della percentuale di sostanza organica presente nei rifiuti da smaltire in terra.

Le immagini (dall'alto):

Schema di funzionamento di un impianto finlandese che combina il trattamento meccanico e biologico dei rifiuti. Un solo impianto è in grado di trattare tutti i rifiuti prodotti da una comunità cittadina. Anche la raccolta differenziata da parte degli utenti può essere ridotta al minimo, incorporando un maggior numero di processi intelligenti in un unico impianto.

Impianto di separazione a umido facente parte del processo ArrowBio.

Digestori anaerobici a doppio stadio utilizzati in un impianto di trattamento meccanico-biologico dei rifiuti (processo ArrowBio).

Azione dimostrativa degli attivisti di Greenpeace per attirare l'attenzione sulla deforestazione delle foreste del Congo da parte dell'industria cartaria.



BIBLIOGRAFIA

Milano, 2007-09-18 16:13:02

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