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Fuoco

Da "La vocazione del netturbino"
(di Roberto Caracci)

*
Un appartamento immerso in un'atmosfera lugubre. Un ragazzo ne esce e si aggira con un badile e una torcia elettrica per una discarica di rifiuti. La notte è animata dal volo dei gabbiani e dei corvi e il percorso è reso insicuro e viscido dalla incredibile varietà di prodotti organici marcescenti e dai liquami che ne fuoriescono. Mentre il rombo delle ruspe avanza, il protagonista è incalzato dal rogo generato dal calore della sua stessa torcia...

    «Strade, marciapiedi, giardini e monumenti del mio quartiere, erano spariti. Al loro posto si innalzavano le colline di spazzatura di una enorme discarica, sorvolata da stormi di uccelli in lotta col vento della notte, e accecati dalla gialla luce dei lampioni anch’essi immersi quasi completamente nel pattume. I primi piani dei palazzi non si vedevano più e il tanfo devastante che saliva da quell’oceano di putrefazione provocava su me, più che nausea, il desiderio irresistibile di tornare a dormire.» [Roberto Caracci]

*

poi mia madre, con due orbite cave al posto degli occhi e una coda di crini bianchi spioventi giù per il collo, come quelli di un cavallo, era lì in piedi davanti a me e mi ripeteva, chi sa da quando, “Vieni, bambino mio, vieni” con una voce che mi ricordava il rotolio delle foglie secche sul selciato. “Forza -mi diceva, in bilico su due stampelle di ferro arrugginito, allungando delle falangi bianche senza più ombra di carne- vieni a vedere che cosa hai tralasciato.” “Ho sonno, mamma, protestavo piagnucolando, lasciami dormire. è notte fonda.” “Ma no, amore, insisteva lei, tu non puoi rimanere a letto così, lasciando le cose a metà. Tu non ti rendi conto. Vieni a vedere che cosa hai dimenticato, alzati.”

Scivolai faticosamente fuori dalle coperte. Stentavo a tenere gli occhi aperti, ma ero già stupefatto allo scorgere attorno a me, debolmente illuminate dalla lampada sul comodino, quattro pareti completamente nude, senza specchi, né quadri, e nessuna traccia del vecchio guardaroba a quattro ante. “Che cosa succede, mamma”, protestai, fissando il materasso su cui avevo dormito, buttato sul pavimento come quello di uno zingaro. “Adesso basta, bambino mio, fu la risposta, hai già fatto disperare me e tuo padre lamentandoti tutto il giorno. Ora fai finta anche di dimenticare che è l’ultima notte che abitiamo in questa casa. La nostra pazienza non è infinita. Seguimi!” Procedevo ingobbito, con le giunture molli e i muscoli delle gambe incapaci di contrarsi. Mia madre era più alta di me, fiera e sicura sulle sue stampelle, vestita di una leggerissima vestaglia di seta che le ricadeva floscia sulle ossa delle spalle e sui fianchi. Emanava un pungente odore di naftalina.

“Insomma, dove mi porti?” borbottai, con la lingua ancora impastata dal sonno. “Taci una buona volta! -sibilò lei- e stai attento a non calpestare tuo padre.” Dovetti infatti scavalcare una bara dal coperchio spalancato, collocata di traverso nel corridoio, dentro la quale, su un fondale di argilla scura, era disteso supino mio padre. Russava debolmente, a bocca aperta, ed era già vestito col suo abito migliore, un doppio petto blu notte, pronto per partire. Cercai di divincolarmi dalla mano di mia madre, per abbracciare papà nella bara e chiedergli se non si fosse dimenticato, almeno questa volta, di prendere le pastiglie per il cuore. Ma le dita della mamma, perfettamente in bilico sulle sue stampelle, erano richiuse sulle mie come una tagliola, e dovetti seguirla nella cucina.

*

Qui, oltre al frigo, al tavolo e alla credenza, era stata rimossa anche la portafinestra del balcone. Fummo perciò investiti dalla brezza gelida della notte, che provocava sul pavimento mulinelli di polvere e carte da imballaggio. Era come essere già all’aperto, su di una strada spazzata dal vento. “Mamma! -urlai- Ti buscherai una polmonite vestita così! Ritorna a letto, su. Torniamocene a letto, senza fare follie.” Poi cominciai a sentire quell’odore, acuto, denso e penetrante, di putrefazione. E nello stesso istante mi parve di udire uno strido di gabbiano.

Ma non erano solo gabbiani, erano anche corvi, che come stracci scuri si distinguevano difficilmente nella notte, quelli che sorvolavano l’enorme sacco nero della spazzatura, inclinato contro la ringhiera del balcone. Il sacco aveva la sagoma alta e torreggiante di un silos, che toccava il terrazzo del piano di sopra con il collo, e appariva ingabbiato in una griglia metallica. Una scaletta a chiocciola in ferro battuto lo percorreva tutt’intorno fino alla cima, a spirale.

“Come ho fatto -mormorai, parendomi di cadere dalle nuvole- a dimenticare il sacco nero? Proprio quello, mamma, proprio il sacco dei rifiuti che non si possono più recuperare.”

“è da un po’ di tempo che sei sbadato e sembra che pensi ad altro -dice mia madre- Sono settimane che ti dimentichi di vuotare il sacco nero. Guarda come l’hai fatto crescere. L’inquilina del piano di sopra comincia a preoccuparsi. E poi tutto questo stridio di gabbiani e gracchiare di corvi, giorno e notte...” Un filo di fumo saliva dalla cima del sacco, come dal cratere di un piccolo Vesuvio, diffondendo un acre sentore di indumenti riarsi e carne bruciata. Qua e là la plastica tesa del sacco era perforata da oggetti appuntiti, come una zampa di pollo, un coltello arrugginito, il manubrio di una bicicletta.

“Ora sbrigati a salire -ordinò mia madre, dondolandosi tra le stampelle- Prendi badile e torcia, e cerca di completare il lavoro entro la notte, perché all’alba dobbiamo partire.”

Iniziai a salire i pioli della scala a chiocciola, con un badile sulla spalla e la torcia nella tasca del pigiama. Non ero sicuro di potercela fare, anche perché la scala era percorsa da un via vai di formiche e piccole blatte che mi si attaccavano voracemente alle caviglie nude. Mi chiedevo poi come avrei fatto a portare via tanta spazzatura in una sola notte e dove l’avrei raccolta, visto che non avevo sacchetti. Ma fu allora che, inerpicandomi a fatica su quella torre di immondizia che pendeva tutta da una parte e mi faceva già venire il capogiro, cominciai a vedere dall’alto uno spettacolo insolito. Strade, marciapiedi, giardini e monumenti del mio quartiere, erano spariti. Al loro posto si innalzavano le colline di spazzatura di una enorme discarica, sorvolata da stormi di uccelli in lotta col vento della notte, e accecati dalla gialla luce dei lampioni anch’essi immersi quasi completamente nel pattume. I primi piani dei palazzi non si vedevano più e il tanfo devastante che saliva da quell’oceano di putrefazione provocava su me, più che nausea, il desiderio irresistibile di tornare a dormire.

*

Quando mi calai nella bocca del sacco, dentro quello che oramai appariva come un fragile silos pericolante, udii una voce rauca che sembrava urlare da qualche parte “Fai presto!”, ma forse era solo il verso un corvo spaventato dalla mia irruzione. I miei piedi nudi schiacciavano un cumulo di giocattoli di plastica, di legno, di latta, che alla luce della torcia si rivelavano già quasi tutti sfasciati o deformati. La lama del badile scaraventò lontano, in alto, oltre il cratere aperto del sacco, gambe di bambolotti, automobiline senza ruote, soldati, pistole, fortezze colorate, camion e furgoncini, tavole per la dama, racchette di ping-pong, calze della befana, pezzi di lego, cani di peluche, tutti proiettati contro il cielo senza stelle di quella notte di vento e di uccelli impazziti. Ritrovai il gioco dell’oca, lacerato in due pezzi, e anche per lui sollevai il badile. L’aeroplano di latta, pur con un’ala spezzata, non attese d’essere gettato via come un ferro vecchio, e si innalzò da solo rullando oltre la bocca del sacco, così dignitoso e leggero che non ne udii neppure la caduta nell’immondizia della discarica. Poi la punta del badile trapassò un pallone di cuoio, sgonfiandolo di colpo e trasformandolo in un palloncino impazzito che andò a fare goal, con un lungo fischio, nella buca del cielo sopra il mio capo. Dovetti sventrare altri palloni di ogni tipo, di tela, di plastica, di gomma, palle da tennis e da spiaggia, che parevano moltiplicarsi sotto i miei piedi facendomi perdere l’equilibrio. ‘Ma non avevo raccolto tutta questa roba nel sacco blu? pensavo intanto. Ha ragione mia madre, sono proprio sbadato.’ E già sollevavo con il badile strisce filamentose di sacchetti azzurri, finiti anch’essi -non capivo come- nel silos.

A un tratto fui colpito da un violento frullio di ali e da un gracchiare nuovo e più fragoroso sopra il mio capo. Un paio di avvoltoi si era mescolato fra corvi e gabbiani, proprio nel momento in cui la lama del badile si tingeva di sangue. Avevo toccato delle membra umane, me ne accorsi subito. Ma non riuscivo a spiegarmi come fosse potuto finire lì, in mezzo alle zampe di pollo, alle piume di un’oca e a delle interiora di maiale, il cadavere nudo di Sonia, rovesciato su di un fianco, con delle chiazze di pelle scura sul viso già decomposto. Dovevo proprio aver tralasciato da mesi di vuotare il sacco nero, se il solo tanfo emanato dalla carnagione di Sonia mi stringeva alla gola. Del resto, non doveva trovarsi lì quel corpo, ma nel sacchetto grigio, insieme a tutti quegli organi di carogne che bagnavano ora le mie caviglie di un sangue da mattatoio. Adesso era tardi anche per caricarmelo sulle spalle e trasferirlo lì dove avrebbe potuto un giorno essere riutilizzato nella terra di un giardino, o di qualche vaso di gerani. Mia madre, vedendomi scendere con lei, avrebbe potuto pensare che mi sarei persino voluto portare Sonia nella casa nuova, e sarebbe rimasta affranta dalla mia disobbedienza. Quando scagliai il cadavere di Sonia nella discarica, c’era al suo posto un cuore essiccato, dal sangue nero interamente coagulato, troppo grande per essere il suo: sembrava piuttosto un cuore d’animale, di maiale o di agnello. In quel punto saliva alle mie narici un filo di fumo sottile, che recava un odore familiare di carne abbrustolita. Il filo di fumo proveniva dal fondo del silos, dove le mie caviglie, ormai coperte di sangue, schiacciavano un crepitante tappeto di carta bianca. Il badile allora non servì più, perché era solo con le mani, con un faticosissimo lavoro di bracciate, che potevo gettare via tutti quei fogli, già accuratamente ridotti a striscioline minuscole, ma dove ancora si leggeva la storia della mia vita. L’apertura del silos appariva sempre più alta e lontana sopra il mio capo, ed ero costretto ad appallottolare di volta in volta la carta in enormi globi pressati e lanciarla contro il cielo, sperando finisse nella discarica e non mi ricadesse addosso. ‘Che vita lunga -pensavo intanto, irritato- Possibile che abbia annotato proprio tutto di questa mia interminabile vita?’ E mi stupivo anche questa volta di non aver provveduto a riempire di tutta quell’immondizia di parole il sacco bianco latte del balcone e poi la campana comunale collocata in istrada. ‘Non se ne farà nulla, mi dicevo, di questa sterminata storia non se ne farà nulla.’ E se anche avessi voluto pensare di trasportare qualche striscia di quella carta nella casa nuova, mia madre me lo avrebbe impedito. Bisognava dare l’addio a ogni cosa giacesse nel fondo del sacco nero, plastica sangue o parole. Bisognava liberarsi da tutto e ricominciare, ricominciare daccapo. Alla fine seppi da dove veniva il filo di fumo. Veniva dal quaderno nero, filettato di rosso, che giaceva sotto l’intera montagna di carta ed era ancora aperto sulla pagina del 7 luglio del 1969. I bordi delle pagine erano talmente ingialliti e consunti che avevano preso fuoco, al contatto della torcia elettrica. Un orlatura di brace serpeggiava tutt’intorno al quaderno e lo stava a poco a poco erodendo. La luce della torcia, che ora era la mia lampada da comodino, illuminava parole che man mano si aprivano, si dilatavano, e poi facevano largo ad una specie di tondo specchio argentato, simile alla carta d’alluminio utilizzata per i laghetti dei presepi. In quello specchio non si riflesse il mio volto, ma solo il cielo pieno di corvi, gabbiani e avvoltoi che ruotavano a cerchi concentrici sopra di me. Soffiai sopra quel cielo capovolto, ma insieme alla fiamma che lambiva il quaderno si spense anche la torcia. Udii un tintinnio di vetri infranti, poi mi ritrovai al buio.

*

Già da molto tempo, mi ero accorto di scivolare. Pur aderendo con i piedi nudi al fondo del sacco, sentivo di perdere l’equilibrio, perché il sacco stesso, contenuto nella sua gabbia di ferro, si inclinava sempre di più. Dapprima mi trovai bocconi, ad annaspare tra schegge di vetro e frammenti di carta bruciata. Poi, un gabbiano che avevo poco prima visto volare sopra il mio capo, ritornava ora sotto di me, a rigare ad ali spiegate la notte, come un aeroplano bianco. E allora, ritrovatomi a testa in giù contro quel cratere fatto di cielo vuoto e senza stelle, provai inutilmente ad aggrapparmi a qualcosa con le dita delle mani e dei piedi. Ma non mi bastava immaginare che forse ero ancora allungato sul letto di casa mia, perché anch’esso appariva comunque scivoloso come una pedana insaponata. E iniziai a precipitare.

Come se qualcuno avessi impugnato il badile, ebbi la sensazione che l’ultima spinta nel vuoto mi venisse data proprio dalla lama di ferro, fredda e tagliente contro la schiena. Avevo il quaderno nero stretto al petto, unico piccolo e inutile paracadute di carta bruciacchiata, quando atterrai con un tonfo più soffice di quanto temessi in quel letto di fieno e strame che mi accolse. Due galline morte, ancora con le piume addosso, si rovesciarono rimbalzando sui miei piedi nel momento stesso in cui affondai. In alto, contro un cielo che minacciava pioggia, si profilò la sagoma del badile che ruotava lentamente su se stesso nel vuoto e una specie di grande mantello nero, stracciato e svolazzante, che scendeva a strappi nel vento e sembrava volermi ricoprire come un sudario. Il sacco nero andò a depositarsi invece su una delle dune più alte della discarica, facendo sollevare un volo uno stuolo di gabbiani irritati. Si avvicinava intanto il rombo delle ruspe. Affondato com’ero nel cumulo dei rifiuti, non le vedevo e non riuscivo neanche a capire da quale parte provenissero. Provai a rimettermi in piedi e ad allontanarmi di lì, ma fu in quell’istante che compresi di non avere più le ossa, o di non poterle più utilizzare. Lo stesso movimento del sollevare il collo richiedeva uno sforzo insostenibile. Giacevo come un mollusco impotente, un animale disossato, in grado appena di muovere gli occhi per seguire il volo di due corvi sin troppo vicini. E mi domandavo se non fosse il caso di chiudere le palpebre, abbandonarmi e rassegnarmi a fare di necessità virtù, godendomi l’abbraccio di quel soffice letto di immondizia. Neanche il lezzo di verdura marcia e di carogna mi dava più fastidio, perché mi sembrava di farne parte e di respirare comunque il mio odore di sempre.

Poi, sollevando lo sguardo sul balcone di casa mia, lassù, al quarto piano della palazzina che incombeva sulla discarica, mi vidi. In sandaletti e calzoncini corti, dietro i vasi dei gerani ormai appassiti, stavo scopando le piastrelle del balcone con la solita accortezza, indugiando negli angoli e sbattendo a intervalli regolari il manico sulla ringhiera. Si vedeva che avevo molto sonno, ogni tanto alzavo un braccio sulla bocca sbadigliante, ma rivelavo anche l’intenzione di terminare il lavoro e lasciare tutto in ordine, perfettamente nitido e pulito, prima di andare a dormire. Finchè, dopo aver poggiato la scopa al muro, accanto a un lungo vaso in terracotta decorato come una bara, tra le cui crepe spuntavano foglie di patate marce, non mi vidi accendere con un fiammifero una strisciolina di giornale, così, per semplice gioco, e lasciarla cadere oltre la ringhiera. La seguii con lo sguardo, trattenendo un altro sbadiglio, mentre volteggiava nell’aria e, come la foglia incandescente di un falò nel vento, planava lentamente dinanzi al portone condominiale, ai margini della discarica. Prima ancora di essermi accertato se la fiamma avesse attecchito o meno, rientrai in casa e richiusi fragorosamente le tapparelle della portafinestra.

Ora la ruspa era vicinissima. Ne udivo le ruote stritolare il pattume e il cassone dentato martellare l’asfalto, a una ventina di metri. Alle mie narici giungeva intanto un odore acre di carne bruciata. Che arrivasse prima la ruspa o il fuoco, ormai non mi importava più. Nessuno mi avrebbe comunque accettato nella nuova casa. Ero almeno felice di non disturbare più nessuno. Domani qualcun altro avrebbe traslocato. Io potevo dormire e aspettare la ruspa o il fuoco.

Ma forse era meglio il fuoco.


NOTE
Tratto da Roberto Caracci, La vocazione del netturbino, in Le radici del silenzio, Atì Editore (2007), per gentile concessione dell'editore.



BIBLIOGRAFIA

Milano, 2007-07-03 14:04:27

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