ITALIALIBRI - RIVISTA MENSILE ONLINE DI LIBRI ITALIANI, BIOGRAFIE DI AUTORI E RECENSIONI DI OPERE LETTERARIE

SCRIPTORIUM
Per una nuova Etica dello sviluppo

Blackout

Dall'oscurità, la luce...
(di Roberta Andres)

*
Per tre personaggi, ognuno con la propria storia, la notte bianca di Roma del grande blackout del 2003 diventa motivo di scoperta e nuova consapevolezza. Erica, in deficit di sonno, culla la sua bambina e fantastica di volare; Francesca affronta nell'oscurità un uomo semi-sconosciuto e una nuova relazione; Adriano, stanato dalla paralisi degli elettrodomestici apre gli occhi per la prima volta dopo lungo tempo e vede il mondo reale...

*

rica allungò la mano sul comodino e tentò di accendere la luce, come faceva sempre quando la figlia piangeva nel lettino: più volte a notte la bambina perdeva il ciuccio e si svegliava. L’unico modo per farla riaddormentare era trovarlo e infilarglielo in bocca nel giro di pochi secondi.

Per Erica era diventato un automatismo

Erano mesi ormai che non dormiva più una notte filata, ma quando almeno riusciva ad essere veloce nell’accontentarla poteva assicurarsi un relativo riposo.

Altrimenti avrebbe dovuto alzarsi e cullare la bambina per diverso tempo e quando lei si fosse addormentata Erica sarebbe rimasta a guardare il soffitto cercando di soffocare la rabbia che le dava l’essere così sola.

Stranamente però la luce non si accese. Cercò tastoni l’interruttore del lampadario centrale, mentre sua figlia piangeva in crescendo e lei percepiva che i secondi passando l’avrebbero svegliata; non si accese neanche il lampadario e capì così che era mancata la luce.

Si alzò e nel buio dell’appartamento andò a cercare la lampada d’emergenza. Troppo tardi ormai perché la bambina si riaddormentasse immediatamente: la prese in braccio e iniziò a cullarla.

Dondolandosi le venne in mente che a Roma si stava svolgendo la prima notte bianca, che migliaia di persone erano in quel momento in strada, nei musei, nei locali.

Pensò che sua sorella sarebbe stata lì, se ancora avesse potuto. Ma Roma era lontana centinaia di chilometri, mentre lei era lì in quel letto a cercare di riaddormentare la sua bambina per dormire ancora un po’. Così diversa la sua vita adesso che le sembrava di essere lontana anni-luce da quella realtà così bella.

* * *

*

Francesca quella notte aveva appuntamento con l’uomo che conosceva soltanto al telefono e per e-mail.

Avevano cominciato a scriversi mesi prima, le lettere erano diventate sempre più frequenti e bollenti. Dopo un po’ si erano scambiati anche i numeri di telefono e così lei aveva sentito la sua voce: il calore era aumentato, perché era la voce bassa di un uomo interessante, una voce capace di farla sviare dalla sua vita di donna che aveva sempre molte cose da fare e da dire.

Anche a lui era piaciuta la voce di lei, ma questo non l’aveva stupita più di tanto: glielo dicevano sempre tutti che era a volte la voce di una donna perturbante e calda, a volte la voce di una bambina fragile, comunque una voce interessante.

Avevano cominciato a sedursi per telefono, parlando fino a tarda notte, cosicché lei aveva ben presto accumulato una mancanza di sonno mai provata in vita sua. Aveva cominciato a guardarsi la mattina allo specchio e a vedersi più vecchia di quello che era, ad aspettare quasi contenta il sabato, quando il ritorno a casa di suo marito le impediva di stare al telefono fino a tarda notte.

Con quell’uomo si erano scambiati soltanto una foto e lei l’aveva trovato gradevole. Lui non si era espresso sull’aspetto fisico di lei, ma solo sulla qualità delle foto che riteneva scadenti.

Si erano dati quest’unica piccolissima rassicurazione, il resto sarebbe stato interamente affidato all’incontro tra due sconosciuti in una stanza d’albergo, catapultati da un telefono a un letto.

E così, sapendo che lui aveva già occupato la camera prenotata e l’aspettava, Francesca aveva tirato tardi per le strade di Roma con un’amica e visitato un paio di mostre di pittura; era nella hall dell’albergo quando la luce andò via. Si attivarono immediatamente i gruppi elettrogeni e il salone si illuminò di una luce azzurrina. Il portiere la rassicurò sul fatto che i corridoi erano tutti illuminati:

- Solo – disse – non tutte le stanze hanno la luce d’emergenza -

Francesca si avviò verso il corridoio, ma si fermò per chiamare l’uomo a telefono.

- Vieni lo stesso – egli disse – la camera è al buio, ma faremo senza! -
- Come? - rispose lei un po’ sgomenta dall’imprevisto.
- E’ un gioco più interessante, no? Incontrarsi al buio. Useremo gli altri sensi, se non si può usare la vista -

Francesca rimase spiazzata dalla velocità con cui lui aveva risolto il problema, trasformandolo anzi in un elemento capace di rendere quell’incontro ancora più particolare. Stupore, ancora! quell’uomo sembrava suscitare soprattutto questo.

* * *

*

Adriano viveva da un paio di anni isolato dal mondo.

Aveva scelto di abbandonare la sua città, la sua famiglia, la sua vita di sempre, per ritirarsi a vivere in un casale immerso nella campagna toscana, sperduto tra le colline. Lo aveva anzi cercato con impegno perché fosse il più possibile lontano da paesi, frazioni, altre case.

Ma viveva nel mondo ugualmente: lavorava ed era in contatto con gli altri tramite il suo computer, scriveva e mandava i suoi scritti alla casa editrice e alle riviste con cui collaborava, vedeva i suoi amici in videoconferenza, ci parlava, dava loro appuntamenti e si incontravano così.

Era circondato da persone e da impegni senza mai muoversi dal suo casale nel verde, dalla sua scrivania dietro la finestra che dava sul declivio della collina, nel silenzio totale rotto solo dal vento e dal passaggio, una volta al giorno, del postino che portava anche il pane e il latte e pochi altri generi di prima necessità.

Spesso immaginava la vita caotica che facevano le persone con cui chattava o corrispondeva o lavorava in videoconferenza o al telefono: rumori traffico smog file di automobili folla nei negozi.

Era così felice di essere scappato riempiendo comunque le sue giornate e il vuoto del paesaggio e il silenzio! Stava lì, ma non aveva mai percepito davvero l’assenza del mondo cittadino. In un ambiente professionale in cui il contatto con le persone era fondamentale, riusciva a esserci nonostante fosse fisicamente ad alcune centinaia di chilometri dal suo posto di lavoro: la sua assenza era solo virtuale, come virtuale era tutto il suo modo di vivere le giornate.

Quando iniziò il black out, alle 3.20, stava chattando con una sua amica che rispondeva dalla costa orientale degli Stati Uniti; le raccontava di una sua ricerca per un congresso a cui forse, stavolta, avrebbe partecipato di persona. Inizialmente non capì di cosa si trattava, pensò a un guasto del computer e pur dispiaciuto di non aver salutato la sua amica, si alzò dalla poltrona e si gettò sul letto, dove si addormentò di schianto.

* * *

Francesca arrivò dietro la porta della stanza 412 e lì si fermò preoccupata. Si rendeva improvvisamente conto che incontrare quello sconosciuto in una camera d’albergo era una follia, cui poco aggiungeva il vederlo o meno.

Quell’imprevisto aveva soltanto aumentato l’ansia che già provava quando si era preparata ed era uscita di casa.

Quell’ansia l’aveva accompagnata in giro per Roma per tutta la sera, alle mostre che aveva visitato e a passeggio con la sua amica.

Ora, dietro la porta della camera, l’ansia stava diventando troppo forte: le batteva fortissimo il cuore, aveva la bocca completamente secca e le tremavano le mani. Le sembrava di dover entrare in una voragine, di essere sul ciglio di un burrone in cui si sarebbe lanciata senza paracadute e senza rete, non sapendo come fosse il terreno sottostante. Ma dietro di sé il corridoio reso azzurrino dalla luce d’emergenza significava la fuga nel grigio piatto della sua vita: si era costruita questa opportunità con tempo, fatica, fortuna… avrebbe aperto la porta e si sarebbe lanciata, dopo aver tratto un respiro profondo.

* * *

*

Erica aveva preso una torcia elettrica e così aveva trovato il ciuccio tra le lenzuola; aveva preso la figlia in braccio e l’aveva cullata un po’ fino a farla riaddormentare.

Poi però aveva perso il sonno ed era uscita in balcone.

Tutto intorno era buio, come nel suo appartamento. Perfino le colline in lontananza, che di solito mostravano i nastri delle strade illuminate, erano diventate cielo scurissimo.

Si chiese cosa fosse successo, ma il pensiero le sfumò immaginando le luci che in quel momento sfavillavano per le strade di Roma, i teatri, i cinema, i musei illuminati che certamente rendevano la città un enorme macchia di luce: se avesse avuto le ali l’avrebbe guardata dall’alto!

Ma se Erica avesse avuto le ali avrebbe fatto qualche altra cosa, prima: sarebbe volata via da quella finestra con addosso soltanto la camicia da notte, tanto la notte era tiepida.

Avrebbe fatto un lungo giro per il cielo, prima in lungo e in largo, senza direzioni precise, senza strade e indicazioni e cartelli stradali, neanche i corridoi del vento a guidarla. Sarebbe stata una freccia biancastra nell’oscurità, con la coda dei capelli e l’orlo della camicia da notte svolazzante dietro di lei, come un aereo da guerra in esercitazione: ora su, ora giù, in parabole stondate, prima di allontanarsi definitivamente dal cielo sopra la sua casa.

Avrebbe anche approfittato, dopo avere per un poco assaggiato la libertà di volare senza meta, per andare su Roma e guardare dall’alto quello che stava succedendo in quella notte così particolare, tutta nuova, in cui tutto poteva accadere, dove lei sarebbe stata in altri tempi e altri ruoli, se la sua vita negli ultimi tempi non fosse diventata così grigia e uguale a se stessa. Avrebbe cercato sua sorella tra la folla, quella donna che aveva sempre visto diversissima da lei, mentre gli altri trovavano mille somiglianze: gli occhi chiari, la stessa dolcezza dell’ovale, una piega amara agli angoli della bocca che si rivelava nonostante entrambe cercassero di nasconderla.

L’avrebbe trovata probabilmente nelle strade intorno a Trastevere, nella Roma vecchia che amava, camminare passi veloci nelle sue scarpe senza tacchi, con le gambe belle sempre nascoste nei pantaloni, passeggiare e ridere circondata dalle amiche.

Quel volo dal balcone adesso sarebbe stato inutile: le strade di Roma erano piene di milioni di persone, quella notte, ma Erica non avrebbe trovato quella che cercava.

* * *

Francesca bussò alla porta mormorando:

- Sono io! -. La serratura scattò, lei si infilò dentro richiudendosi subito la porta alle spalle: in quel brevissimo istante in cui la luce azzurrina dal corridoio filtrò in una parte della stanza non vide nulla se non delle macchie di colore più chiaro che capì essere le lenzuola dispiegate del letto matrimoniale.

Si ritrovò al centro della stanza immersa in un’oscurità totale. Gli chiese: - MI hai visto? -.

Lui rispose immediatamente di no; lei riconobbe la voce, ma la sconcertò sentirla provenire da dietro le sue spalle e non da una cornetta appoggiata all’orecchio.

Aveva intuito la posizione del letto e così, muovendo pianissimo una gamba in avanti sentì dov’era la sponda e con una piccola rotazione del corpo vi si sedette. Cercò di rallentare il respiro e il battito del cuore che la rendeva sorda, perchè la maggior parte di quello che poteva percepire in quel momento le proveniva dall’udito.

Lo sentì avvicinarsi: non solo il fruscio dei passi sulla moquette o dei vestiti che gli assecondavano i movimenti, ma il calore del suo corpo e l’odore acre del profumo che portava.

Improvvisamente Francesca si calmò. L’oscurità non le diede più la vertigine di non orientarsi. Invece di chiedersi quali oggetti ci fossero da un lato e dall’altro si sentì lei stessa un punto fermo nel buio, mentre anche lui si sedeva sul letto e si sfioravano.

Sollevò le mani a cercare i confini di lui, dove il buio era trasparente e dove invece reso opaco dal suo spazio occupato. Lo trovò davanti a lei e usò il perno della propria mano poggiata sulla sua spalla per avvicinarglisi respirando più forte.

Istintivamente alzò il viso e trovò il suo, la sua bocca che si apriva per sentire il sapore che aveva: niente vista, il tatto l’udito ma soprattutto l’olfatto e il gusto dovevano soccorrere gli animali che erano.

* * *

Dall’altra parte del mondo l’amica di Adriano non capì per quale motivo lui fosse sparito all’improvviso, mentre le raccontava della sua conferenza. Poi si ricordò di quanto fosse strano il suo amico, soprattutto quando si parlava della sua scelta di trasferirsi da Roma in una campagna sperduta: lui sosteneva che quel suo ritiro dal mondo era finto, essendo lui continuamente circondato da una folla di persone e immagini.

Adriano intanto dormiva un sonno profondissimo, cullato dal consueto silenzio della casa e del paesaggio circostante, e stanotte anche dal buio assoluto e irreale che era sceso ovunque.

Quando al mattino si svegliò, vestito e sudato sul letto, non fece caso al monitor spento e andò verso la cucina per farsi un caffè fortissimo. Non ci riuscì: in pochi minuti constatò la morte dell’accensione elettronica dei fornelli, del forno a microonde, del bollitore che aveva riportato dall’Inghilterra.

Aprì poi la doccia e ne uscì qualche goccia gorgogliante di aria; capì che avrebbe dovuto rassegnarsi anche a non leggere, visto che il sollevamento elettrico delle serrande non funzionava e neanche la luce. Sconfortato decise di uscire in giardino, dove la luce del sole lo avrebbe svegliato.

Passando per l’ingresso vide sul mobile il kit di sopravvivenza che un suo amico gli aveva regalato con ironia quando si era trasferito in campagna. Si ricordò che vi era compresa una piccolissima radio a pile e provò ad accenderla. Lo sconforto aumentò quando sentì del black out: non si prevedevano tempi di risoluzione del problema, lui era solo, per la prima volta da quando aveva occupato quella casa, isolato dalle persone che frequentava e dalle attività che gli riempivano le giornate senza lasciargli neanche il tempo per guardarsi intorno e ascoltare il silenzio.

* * *

Avevano fatto l’amore.

Lui l’aveva presa al buio e senza parlare. Dopo un po’ l’oscurità era diventata meno profonda, soprattutto quando in alcuni momenti i lampi del temporale avevano illuminato la stanza. Erano stati però attimi, Francesca non aveva neanche fatto in tempo a spostare lo sguardo sul viso dell’uomo: ne aveva visto soltanto parti del corpo che per lei avevano scarso significato.

Rimanevano al buio del mistero gran parte del viso, lo sguardo, il sorriso che pure lei aveva sentito aprirsi nell’oscurità in alcuni momenti di piacere. Tastoni Francesca cercò sul letto e per terra alcuni indumenti che aveva tolto, li indossò alla meno peggio, chiedendosi che aspetto avrebbe avuto uscendo dalla camera.

Prima di andarsene, mentre la luce ancora mancava e lei desiderava soltanto essere a casa il più presto possibile, lui le chiese di rivedersi ancora al buio: di trasformare l’accidente di quella sera nel loro privatissimo gioco. Lei accettò.

In corridoio si accorse di avere indossato alcuni vestiti al contrario: fu contenta della mancanza di luce elettrica, nella penombra delle luci d’emergenza nessuno se ne sarebbe accorto.

* * *

Fu molto incerta se tentare quel volo.

Pensò che raggiungere Roma non sarebbe stato facile ma che se avesse oltrepassato gli Appennini sarebbe stato uno splendido spettacolo vedere milioni di luci accese avvicinarsi al suo sguardo.

Pensò anche che rischiava di non arrivarci e di atterrare invece nel cortile di casa, così che tutti avrebbero pensato che lei aveva voluto morire.

Avrebbero commentato e dato interpretazioni e spettegolato e tutto questo si sarebbe aggiunto alla delusione di non essere riuscita a volare fin là. Il motivo che la convinse a non farlo fu però il ricordare che, quand’anche vi fosse arrivata, non sarebbe riuscita a trovare chi cercava tra tutte quelle persone che festeggiavano un evento passeggiando nella luce, mentre lei era immersa nel buio.

Le venne anche in mente che nella stanza, nel suo letto, una persona l’aspettava. Occupava poco spazio e faceva molto rumore quando aveva bisogno di qualcosa che non arrivava in tempo. Ma col tempo sarebbe diventata una persona anche lei: forse alta, con lo stesso ovale del viso di Erica e della sorella, gli occhi che già si annunciavano chiari, e magari senza quella piega amara vicino al labbro. Se Erica non avesse provato a volare e fosse tornata nella stanza contenta di restarci, le guance di sua figlia sarebbero forse rimaste spianate e lisce, accanto alla bocca. Rientrò in casa, si stese nel letto e cercò di dormire.

* * *

Non potè fare altro che restare in giardino a guardare l’orizzonte.

Seduto con la schiena appoggiata a un albero da frutto che non aveva mai notato, rimase per ore ad ascoltare attonito i rumori della campagna: uccellini che cantavano, fruscii tra l’erba di insetti, cicale, un trattore in lontananza. Vide anche cose mai viste: contò gli alberi che si ergevano dal cancello fino alla linea della collina che gli faceva da orizzonte, si accorse che c’erano altre due case abbastanza vicine, sebbene lui non fosse in grado di dire se abitate o meno.

In realtà, pensò, aveva creduto di essere nel deserto ma non lo era! Non c’era niente di più abitato e rumoroso e in movimento di quello squarcio di campagna senese, di quelle immagini che non aveva mai guardato e di quei rumori che non aveva mai ascoltato. Il “qui e ora” lo assalirono, strappandolo al contatto con la città e col suo mondo, che diventavano sempre più evanescenti e lontani.

Dopo qualche ora, Adriano quasi si scoprì a sperare che la corrente elettrica non tornasse per permettergli di capire, finalmente, dove viveva.


NOTE



BIBLIOGRAFIA

Milano, 2007-05-07 13:03:26

�© Copyright italialibri.net, Milano - Vietata la riproduzione, anche parziale, senza consenso di italialibri.net



Google
Web www.italialibri.net www.italialibri.org

AUTORI A-Z
A B C D E F G
H I J K L M N
O P Q R S T U
V W X Y Z

OPERE A-Z
A B C D E F G
H I J K L M N
O P Q R S T U
V W X Y Z

SBN & RICERCHE...
Iccu
NOTIZIEITALIALIBRI
Notizie ItaliaLibri
Registrati!
Ricevi gratis i notiziari periodici con le novità librarie e le notizie di italialibri.net.
Gratis!

PROGETTO U.G.O.
Ugo


MIMESI

Delle figure e dei fregi
si osservano sulle ali delle farfalle
e in altre specie diverse
ornamento e difesa insieme,

simili a cerchi e disegni
detti anche macchie ocellari,
sono una varietà di mimetismo
l’immaginario occhio di Dio che guarda.

(Giampiero Neri, Poesie 1960-2005)

AUTORI A-Z
A B C D E F G H I J K L M
N O P Q R S T U V W X Y Z

OPERE A-Z
A B C D E F G H I J K L M
N O P Q R S T U V W X Y Z

PAROLE NUOVE

Conversazione con se stessi
Il valore terapeutico della scrittura
Scrivere ci fa a volte trovare le parole per esprimerci e ci chiarisce sentimenti confusi, incertezze, ambivalenze dentro di noi. Quando siamo bloccati da angosce, nevrosi, sentimenti che non riusciamo a tirar fuori, magari solo perché ce ne vergogniamo o perché temiamo possano non piacere agli altri, essa può assumere un valore terapeutico. (Roberta Andres)
Dal palcoscenico all'aula
Significato e valore della trasmissione del sapere
Da questo colloquio con Moni Ovadia cerchiamo di ricostruire il percorso che ha portato il musico-teatrante all'insegnamento dell'umorismo ebraico all'Università di Padova, le emozioni e la lezione che lui stesso ha ricavato da questa esperienza e che condivide con noi. (Laura Tussi)
L'uno e il molteplice
Osservazioni su Guido Piovene
La personalità di Guido Piovene si muove tra giornalismo, saggistica e narrativa, in un continuo (ri)combinarsi dei generi letterari: il romanzo epistolare permette di dar vita a personaggi che, raccontando gli stessi episodi, mettono in luce particolari differenti; nel racconto a cornice, l’analisi del delitto si unisce alla riflessione morale e filosofica. Filo conduttore il viaggio, che accompagna l'esistenza dell'autore, legato a una terra (il Veneto) per poi spostarsi a Gorizia e perfino in America, nell’analisi di luoghi e fenomeni politici che non possono prescindere dalla suggestione letteraria... (Davide De Maglie)

Greenpeace e la gestione dei rifiuti urbani
Spingere verso soluzioni sicure per la salute e per l'ambiente e condivise dai cittadini
Negli ultimi anni in Italia abbiamo assistito ad una crescente e smisurata produzione di rifiuti, indice di una società sempre più orientata ai consumi e verso il sistema usa e getta. La corretta gestione dei rifiuti, secondo Greenpeace, è quella che ha come obiettivo la minimizzazione della quantità dei materiali da portare allo smaltimento finale. Questo si traduce nella minimizzazione della produzione dei rifiuti e nella massimizzazione del recupero dei materiali presenti nei rifiuti. (Vittoria Polidori)
Sorelle
Trilogia della sorellanza
Sorelle, il romanzo di Lidia Ravera, dipinge una rappresentazione intensa e sottile, in tre momenti, dell’archetipo di tutte le relazioni tra donne: la sorellanza. Sorelline. Sorellastre. Sorelle. Una trilogia di lunghi e intensi racconti, scritti dopo la morte precoce dell’unica e adorata sorella della scrittrice. Tre ampie narrazioni che descrivono con acume e commozione le diverse età del medesimo sentimento, quello dell’amore familiare. (Luca Gabriele)
Giovanni Sartori
Le sue opere sono tradotte in tutto il mondo
Giovanni Sartori è nato a Firenze. Laureato nel 1946 in Scienze Politiche e Sociali, già autore di una teoria riguardante la classificazione dei sistemi partitici, è riconosciuto come uno dei massimi esperti internazionali di politologia. Ha insegnato nelle università di Firenze, Stanford, Yale e Harvard e ha ricevuto numerosi riconoscimenti internazionali. (Redazione Virtuale)


ALTROVE






Pubblica annunci su ItaliaLibri
Pubblica annunci Google AdWords su ItaliaLibri
http://www.italialibri.net - email: - Ultima revisione Mer, 15 mag 2008