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Per una nuova Etica dello sviluppo

I due destini di uno scarto

(Grazie ad esso la vita acquista un senso nuovo)
(di Carla Montuschi)

*
La velocita lo comprime. Ogni secondo diventa prezioso per chi vuole arrivare e per chi, al contrario, non desidera partire. O meglio... di-partire. Del tempo, dunque, meglio non gettare via nulla. Neanche uno scarto.

    «Il peccato originale introduce la morte, che prende possesso della vita, la fa sentire insopportabile in ogni ora che essa arreca al suo trascorrere e costringe a distruggere il tempo della vita, a farlo passare presto, come una malattia; ammazzare il tempo: una forma educata di suicidio» [Claudio Magris, Microcosmi]

*

vete mai scartato un cioccolatino di quelli che contengono, avvolto insieme alla carta stagnola colorata, un pensiero? Una profezia, una frase a cui dare un senso? Io lo faccio spesso. Amo il cioccolato e l’idea che sia abbracciato da un pensiero che la sorte vuole essere per me, mi piace al punto tale da non essere più capace a distinguere… non so distinguere se acquisto ancora i cioccolatini per l’energia del cioccolato o per il mistero del pensiero.

Anche il giorno della gara, quella più importante di tutta la stagione sciistica, un momento prima di apprestarmi alla discesa, ne scartai uno. Lessi velocemente il pensiero, senza quasi decodificarlo ed in un gesto consueto e meccanico misi in bocca il cioccolatino. Lo divorai distrattamente poiché tutti i miei sensi erano concentrati a prepararsi alla gara.

Inspirai profondamente, chiusi gli occhi ed immaginai il percorso in un attimo di raccoglimento. Dovevo affrontare una discesa libera.

Il pendio severo della montagna, reso appena un poco più dolce dal manto nevoso, sarebbe scorso sotto i miei sci che come ali mi avrebbero portato ad una velocità mozzafiato. Di lì a poco sarei divenuto come un proiettile sparato in direzione di una mira ben precisa: il traguardo. Il mio compito era quello di superare ogni probabile resistenza, attraversare ogni attrito, fluire in aria che, data la velocità, non sarei riuscito neppure a respirare.

Arrivò il momento: il silenzio della concentrazione fu rotto dal fragore del segnale del via. Saltai il dosso della partenza, pattinai due o tre volte con sci e racchette per darmi la spinta, mi raccolsi “ad uovo”, inghiottii l’ultimo sorso di aria e poi giù, a tutta velocità in lotta contro il tempo.

*

Ero l’ultimo concorrente. La mia posizione nella classifica faceva ben sperare… potevo aspirare al primo posto.

Il percorso sfilò privo di intoppi, e sebbene l’adrenalina fosse “a mille” ed il cuore palpitasse impazzito, la mia mente mantenne un lucido controllo. Ogni singolo muscolo era teso, anelava di vincere.

Tagliai il traguardo in un delirio di ovazioni e per un brevissimo momento pensai di avercela fatta. Mi volsi verso il tabellone dei tempi e scoprii l’amaro gusto della disillusione. Avevo esultato troppo presto. Ero stato battuto.

Un maledettissimo scarto di secondo aveva segnato il mio destino.

Il mio animo pianse profusamente ma, al di fuori, trasparve solo una smorfia di falso compiacimento, dedicato al mio avversario.

Fu in quel momento che mi balzarono in mente le parole del cioccolatino: «Non scartate mai nulla del vostro tempo. Anche gli attimi apparentemente più insignificanti della vostra vita hanno un senso».

Mi sentivo triste. Quelle parole risuonavano nella mia testa come una beffa. Così cercai d’istinto lo sguardo di mio fratello. Scrutai fra i volti del pubblico ma non lo trovai. Pensai che non avesse fatto in tempo ad arrivare e mi sentii ancora più triste…

***

Quel giorno dovevo recarmi ad assistere alla gara di mio fratello. Era uno sciatore provetto e sarebbe stato un trionfo sicuro. Non avevo nessuna intenzione di perdermelo. Siamo fratelli gemelli e l’amore per lo sport è una delle tante cose che abbiamo in comune. Io però non me la cavo molto bene con gli sci, preferisco le moto…

Quel giorno decisi di raggiungere il Sestriere proprio in sella ad una moto da trial. Avrei fatto una bella sorpresa a mio fratello, in quanto il giorno precedente avevo partecipato anch’io ad una gara di moto e sino all’ultimo minuto non potevo sapere se la stanchezza mi avrebbe permesso di essere con lui.

Mi ero piazzato al secondo posto. Una posizione alquanto seccante, una gioia incompleta. Mi rallegrava però l’idea che di sicuro mio fratello, vincendo la competizione, avrebbe pareggiato per me il conto con la sorte.

*

Io e lui siamo parte di un progetto condiviso da sempre ed in quel suo primo posto avrei trovato la mia rivincita.

Ero in ritardo e per ciò spronai il mio destriero. Ad ogni tornante ruggiva sempre più forte ed ebbi netta l’impressione che presto mi avrebbe disarcionato. La fretta, il ghiaccio e la stanchezza si unirono nemici contro il mio destino. All’improvviso il nulla, il buio totale…

Mi risvegliai con un tubo cacciato in gola. Prono su di una barella che veniva spinta concitatamente verso chissà dove. Sopra i miei occhi sfilavano lampi di luce, lampade al neon che disegnavano un lungo corridoio al termine del quale c’era una porta basculante. La oltrepassai e venni preso in consegna da nuovi volti.

Figure imbavagliate ed incappucciate gesticolavano e mi urlavano di stare calmo: ma come ci si può rasserenare se tutto intorno a te delira!

Non riuscivo a comprendere il senso di tutto quel correre, io volevo solo riposare, mi sentivo molto stanco…

L’ultima immagine che ricordo di quel tragitto è ancora quella di una luce intensa che trafiggeva i miei occhi. Sembrava un’enorme astronave luminosa che galleggiava sospesa a poca distanza dal mio corpo. Realizzai in seguito che si trattava delle luci della sala operatoria…

Mi risvegliai dopo tre giorni. Aprii gli occhi ed il primo volto che vidi fu quello di mio fratello: era raggiante, sfigurato dalla gioia!

«Ce l’hai fatta, Pellaccia!!! Lo sai, ci hai fatto quasi morire di paura…»

Gli domandai con uno sguardo perplesso cosa fosse accaduto.

«Hai avuto un incidente e ti hanno dovuto operare a causa di un ematoma cerebrale… ma ora non importa più, ora sei di nuovo qui con noi fratello caro!»

Mi si avvinghiò in un abbraccio incurante dei tanti tubi che fuoriuscivano dal mio corpo e proprio in quell’istante entrò il Dottore che mi aveva operato.

*

«Bene! Son lieto di vederLa nuovamente tra noi! È stato fortunato, lo sa? In sala operatoria c’è stato un momento in cui pensavamo volesse andarsene: siamo riusciti a recuperarLa per uno scarto di secondo!»

Mio fratello fu molto colpito dalle parole usate dal Dottore e dunque gli si rivolse ringraziandolo ma al contempo domandandogli se ricordasse l’orario esatto in cui il mio cuore aveva smesso di battere…

«Ma certamente, erano le undici e ventiquattro del mattino, lo ricordo poiché quando iniziamo una procedura di rianimazione è mia consuetudine guardare l’ora!»

Si trattava dello stesso scarto di secondo che aveva segnato la sua sconfitta. Fu così che le parole del cioccolatino acquisirono un senso.

Da quel giorno entrambe notammo che il termine “scartare” non si riferisce solo all’esclusione di un qualcosa giudicato inutile, perdente, ma anche al gesto nuovo dell’aprire, scoprire la bellezza di un dono grande… come una vita che, grazie allo scarto di un secondo, riprese il suo fluire!


NOTE



BIBLIOGRAFIA

Milano, 2007-07-23 10:48:49

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