ITALIALIBRI - RIVISTA MENSILE ONLINE DI LIBRI ITALIANI, BIOGRAFIE DI AUTORI E RECENSIONI DI OPERE LETTERARIE

SCRIPTORIUM

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Lo sviluppo incontrollato non produce solo scarti di materie, ma anche scarti umani. Nel senso che lo sviluppo crea lavori e professionalità che non hanno necessariamente bisogno del bagaglio di competenze e di valori acquisti nel tempo e trasmessi a chi viene dopo. Lo sviluppo crea professioni vincolate allo stretto orizzonte dei suoi progetti. Poi, finito il lavoro, finito il lavoratore. Prova ne è la distruzione del lavoro agricolo e della relativa cultura, per far posto ad una industrializzazione che ha snaturato il passato della gente.

*

uell’anno Luca meditò di farla finita con la scuola. Erano mesi che non riusciva più a farsi una ragione delle ore che passava in classe. Sentiva che non sarebbe mai arrivato a finire gli studi, benché sapesse che il desiderio di sua madre era quello di avere un ragioniere in casa.

A marzo cominciò a fare un po’ di conti. Gli restavano tre mesi di scuola prima dell’estate e un altro anno per arrivare al diploma. Concluse che era ancora troppo il tempo da passare tra i vecchi muri calcinati della scuola.

Decise che avrebbe resistito solo fino alla fine dell’anno. Poi si sarebbe lasciato andare alle vacanze, sperando che intanto accadesse qualcosa.

Passarono le settimane e finalmente arrivò l’ultimo giorno di scuola. All’ultima campanella, Luca scappò quasi con foga dalla sua classe infilandosi nella solita ressa all’uscita come se stesse correndo via da una catastrofe incombente. Se la scuola fosse crollata in quel momento, come si era augurato già tante volte, lui non si sarebbe nemmeno voltato.

Non si voltò neppure quando sentì la voce stridula del bidello che inveiva dalle scale contro qualcuno. Pensò ce l’avesse con lui, come al solito, e si sentì sollevato che quella fosse l’ultima volta.

Si sforzò di essere gentile con qualche professore e ne ebbe solo un saluto distaccato.

Fuori trovò Giorgio e gli altri amici. Parlarono delle solite cose prima di lasciarsi. Qualcuno si preparava a partire per il mare, altri per la montagna. Luca fu evasivo. Disse che doveva ancora pensare a cosa avrebbe fatto quell’estate, ma non si lasciò scappare una parola sui suoi veri progetti. Solo a Silvia, che già sapeva della sua voglia di andarsene, disse che finalmente aveva chiuso con la partita doppia. Lei lo aveva guardato in silenzio, stringendo gli occhi dietro le lenti. Di quel momento e di Silvia, Luca ricordava una sensazione fuggevole, come un attimo di solitudine, quando il cancello della scuola, grigio e con la ruggine a chiazze, si era chiuso fra loro.

* * *

Era cominciato tanti anni prima come fosse un gioco. Ad ogni plenilunio una grande luna saliva dalla sua finestra e la sua luce bianca dilagava sul suo letto. Era come se la luce dell’alba di un nuovo giorno, di un altro mondo, di un altro tempo, entrasse nella sua stanza e Luca si lasciava portare via dal sonno, sicuro che quella era la luce di un mondo dove potevano andare a vivere i suoi sogni.

Luca aveva passato tante notti alla luce della luna. Ma poi, qualcosa era cambiato con gli anni. La luna passava ancora dalla sua finestra, ma la luce che tagliava dai vetri lo trovava, a volte, solo con la sua inquietudine. Col tempo aveva scoperto che i suoi pensieri non arrivavano più alla luna e lui restava nel letto con gli occhi sbarrati, deluso come dall’inganno di un’amica, a fissare un astro che brillava sul niente.

* * *

*

La scuola era finita da una settimana quando Luca capì di aver perso un pretesto. Aveva guadagnato la libertà ma si disse che doveva ancora ritrovare i suoi pensieri. Lo pensava soprattutto quando rientrava a casa, solo, dopo aver fatto tardi con gli amici in paese.

Erano i giorni in cui la luna schiariva le prime notti d’estate e una notte Luca se la trovò sopra il tetto della vecchia casa. Gli sembrò che fosse lì ad aspettare lui, ed egli la guardò con gli occhi di tanti anni prima e la salutò come un’amica. Scoprì di saper ancora indugiare, prima del sonno, dentro la sua luce. Luca pensava ai giorni che l’aspettavano. Pensò alla scuola, ma solo per dirsi che, per non tornarci a settembre, doveva trovare qualcosa. E una notte, infine, disse a se stesso che, anche se breve, una soluzione c’era. Si sarebbe abbandonato all’estate.

Era giugno. Il rosaio disegnava la sua macchia rossa sul muro della casa di campagna dove lui era cresciuto. Il primo fieno era già sui carri allineati nel cortile. I ciliegi dietro il fienile erano carichi di frutti. Il profumo dei tigli dello stradone arrivava dappertutto.

In quelle giornate dense, cercare il futuro era tempo sprecato. C’era, sicura come un’alba, la sensazione che niente restava da cercare e che i giorni erano solo da vivere, se ogni stagione sapeva sempre riportare dal suo passato, ancora viva, la sua storia.

Così, decise di aspettare. Anche se non sapeva che cosa, anche se non sapeva chi. Cercò di lasciarsi andare, di lasciare andare fuori da sé i pensieri che da troppo tempo gli abitavano abusivamente la testa. Si tuffò nella campagna e nel lavoro dei campi, che cominciava all’alba e finiva nella bruma rossa del tramonto.

Si fece accarezzare dal sole nei pomeriggi bloccati dall’afa e dal sonnecchiare dei vecchi, quando solo il vociare dei ragazzi, presi dalle interminabili partite nella polvere bianca del campetto, era l’anima residua di un paese prosciugato da una estate di fuoco.

Le giornate di luglio gli regalavano anche ore di pace inaspettata. Per il lavoro dei campi restava ormai poco da fare. Il granturco spandeva ovunque il profumo della sua fioritura e il frumento ammassato sull’aia attendeva la trebbiatrice che girava i paesi trainata da un trattore e con un seguito di uomini con la pelle bruciata dal sole.

Luca oziava in compagnia dei suoi pensieri, camminando per ore lungo i sentieri, o restando ad ascoltare i contadini degli altri poderi che si ritrovavano nella frescura del fontanile tra i salici. Il lavoro dei campi era questo, pensava. Induriva il corpo, spalancava i sensi, abituava all’intuizione e al silenzio. Solo che dava agli altri troppo vantaggio. Lasciava a loro i discorsi, i progetti, i sermoni. Insomma li lasciava comandare.

Luca si sorprendeva di questi pensieri. Avvertiva in essi qualcosa di negativo. Qualcosa che avrebbe potuto mettersi fra lui e quanto stava cercando. In quei momenti, però, egli rifiutava di tirare qualsiasi conclusione.

Intanto le settimane passavano. Passò la trebbiatura, l’ultimo fieno fu tagliato. La festa della Madonna di settembre chiuse il giro delle fiere dei paesi e fu, come sempre, il primo segnale che l’estate se ne stava andando.

* * *

*

E ancora Luca non aveva parlato a nessuno di quanto stava maturando in lui. Poi, una mattina tutto gli sembrò meno complicato di quanto pensasse. Scoprì che il sole dell’estate che aveva scurito la sua pelle aveva cancellato anche le sue incertezze. Sentiva un attaccamento nuovo per i giorni che aveva trascorso immerso nella campagna.

Mentre in cucina mandava giù la colazione, Luca tagliò corto.

“Io a ottobre a scuola non ci torno” disse in fretta.

La prima a sorprendersi fu sua madre.

“E questa cosa sarebbe?”
“Non sono sicuro di quello che voglio fare” aggiunse lui. “Parlassero tutti quelli che fanno qualcosa senza averlo deciso loro” rispose lei.
“Resto alla fattoria. Voglio vedere se ce la faccio” disse Luca deciso.

Poi la caffettiera gracchiò dal fornello e la discussione finì.

Luca uscì di casa. La mattina era limpida. Qualche fucilata rimbombava tra le colline. Lontano una muta di cani latrava sulle piste di una lepre. Luca si avviò su per il sentiero che portava sulla collina. Il cane gli fu alle calcagna come sempre. Arrivò in cima e si sedette nell’erba ingiallita. Davanti a lui, segnati dai colori dell’autunno, si stendevano i campi di granturco, più sotto i prati, il bosco dei pioppi e il sentiero bianco che lo costeggiava.

Ce l’avrebbe fatta con questo lavoro? E quel sospetto che fossero gli altri a comandare?

Mandò via tutti i dubbi. In quel momento si sentiva solo bene. Provava un senso di responsabilità e di possesso mai conosciuto prima. Si alzò. Quel giorno aveva qualcosa da fare. L’erba, ancora umida di rugiada, gli frusciava sulle gambe e il sole già gli scottava le spalle.

* * *

Quei giorni d’autunno che riusciva a contare solo perché, ogni tanto, era festa, gli lasciarono il segno. Si perdeva nella campagna per ritrovarsi, la sera, con la mente sempre più presa nell’andare tranquillo della stagione. Ritrovava, ogni tanto, gli amici del paese. La sua decisione di stare alla fattoria non l’avevano presa bene e Luca, più di una volta, aveva dovuto affrontare il loro sarcasmo.

Giulio gli si era messo contro più di tutti.

“Che cosa ti aspetti di trovare rintanato laggiù?” gli chiese una sera mentre tiravano tardi, con gli altri, seduti sul muretto del bar.

Tutti l’avevano guardato in attesa che si spiegasse ma lui, invece, si era alzato senza dire una parola ed era tornato a casa.

Giorni dopo Giulio si era fatto vivo alla fattoria, quasi a scusarsi. E ancora una volta non aveva rinunciato al tentativo di farlo ritornare sui suoi passi. “Guardati indietro - gli aveva detto - ci hanno guadagnato tanto tuo padre e tuo nonno a stare qui”.
“Ma avevano ragione loro” mormorò Luca.

Arrivò anche Giorgio un giorno che il sole mandava luce rossa sulla campagna e sfocava le colline all’orizzonte. Il granturco era sbiancato e dalla terra veniva un richiamo denso, sensuale, che penetrava nella pelle e dava eccitazione.

Luca non gli chiese che cosa ci facesse dalle sue parti perché la ragione la sapeva già. Anche Giorgio aveva fiutato l’odore di quella giornata. Sulle prime non disse una parola. Cominciò a girare tra filari, fermandosi ogni tanto a staccare dell’uva.

“Poi passa alla cassa” gli disse Luca quando gli fu vicino.
“Meno male che pensi anche agli affari” rispose Giorgio.
“Queste cose oggi non le sento” disse Luca allungando lo sguardo sui campi sotto di loro.
“Sei venuto a vedere che effetto mi fanno le vostre cazzate?” aggiunse dopo un po’.
“Io sto fuori” lo fermò Giorgio. “Magari ti chiedo di spiegarmi perché tu e gli altri pensate che questo non sia più un mestiere” disse Luca.
“E’ che vedo solo te, e pochi altri, lavorare per gli odori di queste giornate. E’ bello, ma questo lo puoi vendere? Sono di più quelli che lavorano per l’odore dei soldi a fine mese. Belli anche loro e si possono spendere” disse Giorgio fingendo un tono da chi sapeva come gira il mondo.
“Hai già capito tutto”.
“E’ vero” rispose lui senza tono.

Giorgio non era lì per quei discorsi. Luca capì.

“Vedi - disse - questa luce, quest’uva, queste ore. Sono qui e non si devono cercare. Bisogna solo saperle aspettare”.
“Non si potrà sempre vivere di giorni come questi”.
“Intanto hai di meglio?” concluse Luca.

Uno stormo di tordi arrivò basso tra i rami quasi spogli delle robinie.

“Sai cos’è che ci frega” provò a dire ancora Luca. Giorgio sembrava non sentire.
“E’ la fretta. Me l’hanno già insegnato giornate come queste che, per capire qualcosa di quello che stai facendo, la fretta la devi dimenticare” insisteva Luca, “Mio nonno diceva che c’è il diavolo dentro la fretta e che uccidere una cosa, e anche un uomo, è negargli il suo tempo”.
“Giusto. Vai sulla strada con un cartello e dillo a tutti”, Giorgio voleva assolutamente sospendere i discorsi. Luca si adeguò.
“Vacci tu - disse all’amico - io, per oggi, non mi muovo di qui.”
“E allora, per oggi, non se ne fa niente” rispose Giorgio ridacchiando, mentre si buttava pigramente nell’erba appena falciata.

* * *

*

Finì tutto pochi mesi dopo. Quando, sulla pagina bianca della neve, sembrava che anche la natura non avesse più nulla da scrivere.

Il nuovo Piano Regolatore del Comune parlava chiaro. Entro un anno, lo svincolo della nuova autostrada e un piano di lottizzazione industriale sarebbero venuti a cancellare quello che Luca pensava di aver trovato. Il sipario, grigio come le grandi carte dei progetti appese ai muri degli uffici comunali, calava su gran parte del territorio.

In paese i più sembravano eccitati dalla prospettiva di poter assistere, in prima fila, allo spettacolo del progresso. Per qualche settimana Luca si limitò ad ascoltare i commenti della gente. Si sentì invidiare i soldi che avrebbe avuto per l’esproprio della terra di suo padre. Giorgio e gli altri aspettavano che fosse lui a parlare, ma Luca non fece capire a nessuno cosa ne pensasse.

Se ne andava per i sentieri ad affondare gli scarponi nella neve sulle tracce di qualche animale. Si chiedeva se, per caso, fosse rimasto attardato per colpa dei suoi pensieri e adesso non sapesse scorgere la faccia promettente del nuovo che stava arrivando.

E infine aveva concluso che sì, c’era qualcuno che comandava e che faceva progetti più grossi dei suoi. Il sospetto si era fatto realtà.

Se le cose andavano così, si disse Luca, allora non era lui ad essere in ritardo. Anzi, forse era in anticipo. La certezza gliela avevano data i mesi passati. Aveva avuto il tempo di capire che, là dove l’aveva portato il suo progetto, le stagioni tornavano ogni anno a riempire il tempo di attese e a rassicurare la memoria.

Il nuovo progetto non prometteva ritorni. Buio e luce programmata, invece di albe e tramonti. Restava qualcosa da fare? Avrebbe dovuto imparare a ingannare l’attesa prima del finale.

Arrivò la luna alla finestra, una di quelle notti. I rami spogli del noce, in controluce, la mandavano in pezzi come un piatto sfuggito di mano. Luca voltò le spalle a quei cocci di luna. Riempire il vuoto. Ingannare l’attesa. Per farlo doveva andarsene.

Prima che il calendario dicesse che da qualche parte era primavera, Luca era partito. Un autobus l’aveva scaricato nella grande città. E là si confuse con la fiumana di quelli che già cercavano di ingannare l’attesa. Correvano su sentieri d’asfalto che segnavano tutte le direzioni. E avevano gli occhi come prosciugati dalla luce estenuata delle lune al neon che non calavano mai.


NOTE



BIBLIOGRAFIA

Milano, 2007-11-08 18:41:21

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