REALE POSSIBILE; L'UTOPIA DELLA LUCE E DEL TEMPO. DUE LINEE DI TENDENZA NELLA FOTOGRAFIA CONTEMPORANEA

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Immagni da un mondo rovesciato

Due linee di tendenza nella fotografia contemporanea producono immagini indifferenti, potenzialmente in grado di confermare o di smentire, vere e false assieme
(Testo e immagini di Silvio Wolf)


a fotografia s’è rivolta sin dalla sua nascita al Reale. L’ha copiato, rappresentato, simulato, banalizzato, invidiato, studiato, ricordato, negato, ridefinito, idolatrato, documentato, onorato, ritratto, offeso, sublimato, testimoniato, denunciato, registrato, simbolizzato, antropomorfizzato, raffigurato.

L'ha messo in codice fino a identificarsi e confondersi a tal punto con esso da divenirne il sinonimo per antonomasia, la sacerdotessa d’ogni sua espressione e rappresentazione sensibile: s'è fatta Icona del Reale.

Con l’avvento di nuovi e più evoluti mezzi di rappresentazione e di tecnologie che la sopravanzano nel campo della comunicazione, la fotografia vive oggi una profonda crisi d’identità e di ruolo. I suoi statuti storici sono smentiti e superati dall'uso dei processi digitali associati alle tecniche tradizionali. Ciò non di meno la fotografia è oggi anche molto più libera di ricercare e di sviluppare il proprio linguaggio slegandosi dal fardello dei doveri storici che fin dalla sua invenzione le sono stati affidati.

La grande madre di tutti i mezzi non manuali di produzione dell’immagine può ora occuparsi di sé stessa senza dover più render conto ai propri figli e nipoti dell’etica e dell’ortodossia con cui raffigura il reale. La fotografia non solo può dare testimonianza del passato, ma anche evidenza del futuro e del possibile, mostrandoci luoghi senza altrove e presenti senza più un passato. Sostanzialmente può rappresentare ciò che vuole – come vuole –, creando il proprio dominio in un territorio di completa autoreferenzialità.

Sembrano oggi affermarsi nella fotografia contemporanea soprattutto due linee di tendenza, parallele e complementari, ma assai diverse tra loro per il metodo e per le strategie di comunicazione adottate.

L’una mette in scena il reale, ricostruendolo e raffigurandolo come se ciò che accade all’interno dell’immagine fosse in realtà accaduto anche nel tempo e nello spazio, ciò che vediamo fosse anche stato: come se ad un qui presente corrispondesse un altrove passato.

E’ la raffigurazione di una realtà che sembra reale e che lo diventa nel momento in cui si dà vita alla sua icona. L'immagine del mondo è il suo modello, il teatro della vita è il palcoscenico virtuale su cui progettare le scene e i ruoli d’un immateriale sfera della soggettività.

L’altra rappresenta la realtà data, quella dura, esterna e preesistente, raffigurandola però in modo magico e sorprendente, quasi a cogliere e svelare il mistero e l’artificio ch'essa può accogliere.

E' una visione speciale della realtà, che la rende somigliante e insieme diversa da come normalmente la percepiamo. Il suo campo d'indagine è il banale e il quotidiano. Essa si concentra su ciò che normalmente tendiamo a ignorare, sullo scarto della percezione: proprio tra ciò che già ci circonda è dunque riposta la possibilità di riscatto dall'indifferenziato, dall'opaca apparenza del nostro quotidiano.

Questi due diversi atteggiamenti nei confronti della realtà sensibile, pur se di segno contrario, raggiungono forme di rappresentazione sorprendentemente simili, fino a confondersi l'una con l'altra. Entrambi infatti creano una visione della realtà apparentemente analoga a quella della quale abbiamo esperienza diretta, ma la rappresentano in modi sottilmente inquietanti: siamo di fronte a immagini indifferenti, potenzialmente in grado di confermare o di smentire, vere e false assieme. Arbitri di questa scelta non sono più né il soggetto rappresentato, né l'etica di chi crea le immagini, ma piuttosto il pensiero e l'atteggiamento di chi vi si confronta ed il contesto in cui esse sono inserite.

Siamo ormai giunti di fronte all'immagine di uno specchio del mondo in grado di ricombinare da solo i frammenti delle infinite immagini riflesse e di restituirceli in forma di pure Icone della Luce e del Tempo.


PROFILO BIOGRAFICO
Silvio Wolf (www.silviowolf.com) nasce a Milano nel 1952, dove vive e lavora. Studia Filosofia e Psicologia in Italia (1971-72) e Fotografia ed Arti visive in Inghilterra (1972-74). Dal 1977 al 1987 lavora come artista esclusivamente con il mezzo fotografico. In questo periodo esplora e approfondisce il linguaggio fotografico, del quale nega il valore documentario e narrativo e la referenzialità dell'immagine. Espone in Italia e all'estero; tra le mostre di questo periodo, da segnalare Documenta 8 a Kassel. Dal 1987 introduce nel proprio lavoro l’uso di nuovi linguaggi, utilizzando anche il video, le proiezioni e il suono. Crea interventi sonori nell'ambiente ed elabora le immagini anche mediante l'uso di processi digitali. Divengono centrali nel suo lavoro i problemi dello spazio e del luogo, dell'assenza e dell'altrove. Ha realizzato installazioni temporanee e permanenti appositamente concepite per gallerie, musei e spazi pubblici in Belgio, Canada, Germania, Inghilterra, Italia, Lussemburgo, Spagna e Stati Uniti. Dal 1994 pubblica saggi e progetti speciali e cura mostre in gallerie private e spazi pubblici. E’ docente di Fotografia nella Scuola di Arti Visive dell’Istituto Europeo di Design di Milano e visiting professor all’Accademia di Belle Arti di Brera.

Milano, 12 febbraio 2003
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