LONTANE ORIGINI DELL'OPERA DI SILVIO WOLF. PER FRANCO VACCARI TEMATICHE DEL TEMPO ATTRAVERSO LA SOGLIA DI STATI PERCETTIVI DIVERSI.

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Mostra di apertura della galleria "Fotografia italiana"

Un viaggio tra Occidente e Oriente, tra città e deserto, tra le opposte concezioni di spazio e di vuoto.
(Testo di Franco Vaccari e immagini di Silvio Wolf)

La nuova galleria "Fotografia Italiana" inaugura a Milano l' attività con una personale dedicata all'artista milanese. La mostra, dal titolo Le due porte, sarà aperta al pubblico dall'8 maggio al 14 giugno dalle 15 alle 20,30 in Via Matteo Bandello 14. Nel saggio che pubblichiamo, Franco Vaccari descrive l'opera di Silvio Wolf e invita ad affrontare l'interpretazione del mondo attraverso immagini-soglia tra stati percettivi diversi.

artiamo da alcune dichiarazioni dello stesso Wolf sul proprio lavoro: «sono immagini senza tempo di luoghi eterni», e «è come un viaggio, le opere, le sue stazioni, gli emblemi d’un altrove presente». Bastano queste poche righe a sbarazzare il campo dal solito frasario utilizzato oggi quando si parla di fotografia.

Sicuramente affermazioni così perentorie nascono anche come reazione all’eccesso d’immagini che ci assedia. Le immagini, da rare che erano, si sono inflazionate provocando uno stato di bulimia percettiva dal quale è diventato urgente difendersi. Questa è una delle ragioni del diffondersi, anche se ancora in modo strisciante, di forme d’iconoclastia.

Potremmo seguire quest’interpretazione e, certamente, arriveremmo a risultati pieni di senso, ma nelle frasi citate ci sono punti che sembrano indirizzarci verso nuovi sviluppi. Wolf si colloca in una posizione dove le tematiche del tempo, che appaiono così intimamente legate a quelle della fotografia, sono di colpo superate senza entrare in un minimo di rapporto dialettico. Siamo subito al di là dal tempo bloccato nell’istante sospeso tra passato e futuro, cioè al di là del tempo reale dell’esperienza, fissato per sempre a beneficio d’una fruizione differita. Oppure quando, parlando del Grande Myhrab, – la nicchia islamica della preghiera – dice: «… esso manca allo spazio e quest’assenza rappresenta un luogo che è altro da sé, lontano e non visibile: è il luogo della virtualità, un vuoto che indica un altrove…».

Anche qui viene contraddetta una delle strutture portanti del fotografico. Quella dell’hic et nunc che sta alla base della sua dimensione narrativa, della quale, infatti, non c’è traccia in questi lavori di Wolf.

Se si pensa alle battaglie sostenute in difesa di questo principio introdotto da W. Benjamin, il suo abbandono potrebbe essere sentito come particolarmente doloroso. Ma qualcosa mi dice che, invece di mettere in crisi quelle che sembravano essere le conquiste dei dibattiti sul fotografico, le affermazioni di Wolf vogliono indicarci nuove dimensioni d’esperienza rese possibili da questo mezzo.

Per dar corpo a questa sensazione converrà abbandonare il solito armamentario concettuale utilizzato attualmente per affrontare le questioni artistiche e rivolgerci, invece, verso le radici del mondo di Silvio Wolf che sono quelle dell’ebraismo polacco. Con questo non si vuol dire che nel suo lavoro non siano presenti problematiche linguistiche, semiologiche, di rapporto col contesto, ma solo che queste sono subordinate ad un’urgenza di carattere meta-artistico.

Basta aprire un libro di mistica ebraica per sentire risuonare accenti in straordinaria sintonia con quelli percepibili nelle dichiarazioni di Wolf.

Intanto è difficile incontrare in questi testi immagini corpose, a tutto tondo, pesanti di materia, ma luci, balenii, splendori, parole e lettere che sono mondi e respiri e poi numeri e numeri di luce.

Anche lo spazio ha poco in comune con quello dell’esperienza ordinaria, ma si segmenta, si moltiplica, si apre su abissi insondabili e su smisurate gerarchie di cieli.

L’elemento costantemente presente è l’insignificanza del dato immediatamente percepibile, perché viene sempre suggerito che il senso delle cose si dischiude alla comprensione secondo gradi di conoscenza raggiungibili solo con un percorso sapienziale.

Secondo i mistici ebraici, i livelli d’interpretazione dei testi sacri sono almeno sessantaquattro, essendo il primo quello letterale. Si capisce come, in questa prospettiva, la vista non occupi più quella posizione privilegiata che ha nella nostra cultura dove, infatti, la percezione viene di solito confusa con la comprensione, mentre in quella ebraica il più delle volte è fonte di travisamenti e abbagli. Abulafia ne I sette sentieri della Torah (1) afferma: «Il mondo è marchiato col segreto», e poi aggiunge che è solo a partire dal quarto livello d’interpretazione che comincia a rivelarsi la dimensione allegorica dei testi.

Procedendo oltre nell’indagine, le lettere, anche isolate, possono rivelarsi impensati livelli di significato ed altri vengono evidenziati attraverso permutazioni delle stesse fino ad arrivare a concentrare l’attenzione sugli spazi vuoti fra una lettera e l’altra. In tutto questo c’è un’evidente mortificazione dell’atto del vedere o, più esattamente, del guardare che trova una straordinaria sintonia con i segni di rigetto di quella costipazione visiva prodotta attualmente dai media.

Ma la via seguita da Wolf per reagire allo stato di saturazione percettiva non è quello della svalutazione dei dati referenziali. Altrimenti non si capirebbe la sua insistenza a lavorare esclusivamente con la fotografia, senza trasformarla mai in un’immagine di sintesi attraverso l’uso del computer. Per lui è di primaria importanza che le sue opere siano riferibili ad esperienze assolutamente concrete, che nascono cioè da situazioni non manipolate. La loro astrazione solo apparente è un effetto dell’eliminazione dei particolari aneddotici che potrebbero impedire l’incontro con l’assolutamente reale.

La sua predilezione per le zone di passaggio, per le porte e le soglie forse può essere vista come una spia del fatto che anche la sua opera, considerata nel complesso, voglia porsi come soglia fra stati percettivi assolutamente diversi. Se così fosse ci troveremmo di fronte a quella problematica dei livelli di comprensione di cui discutevano i saggi ebraici.


NOTE

1) Avraham Ben Sêmu’el Abulafia: “I sette sentieri della Torah”, in Mistica Ebraica, Einaudi, 1995.

PROFILO BIOGRAFICO
Silvio Wolf (www.silviowolf.com) nasce a Milano nel 1952, dove vive e lavora. Studia Filosofia e Psicologia in Italia (1971-72) e Fotografia ed Arti visive in Inghilterra (1972-74). Dal 1977 al 1987 lavora come artista esclusivamente con il mezzo fotografico. In questo periodo esplora e approfondisce il linguaggio fotografico, del quale nega il valore documentario e narrativo e la referenzialità dell'immagine. Espone in Italia e all'estero; tra le mostre di questo periodo, da segnalare Documenta 8 a Kassel. Dal 1987 introduce nel proprio lavoro l’uso di nuovi linguaggi, utilizzando anche il video, le proiezioni e il suono. Crea interventi sonori nell'ambiente ed elabora le immagini anche mediante l'uso di processi digitali. Divengono centrali nel suo lavoro i problemi dello spazio e del luogo, dell'assenza e dell'altrove. Ha realizzato installazioni temporanee e permanenti appositamente concepite per gallerie, musei e spazi pubblici in Belgio, Canada, Germania, Inghilterra, Italia, Lussemburgo, Spagna e Stati Uniti. Dal 1994 pubblica saggi e progetti speciali e cura mostre in gallerie private e spazi pubblici. E’ docente di Fotografia nella Scuola di Arti Visive dell’Istituto Europeo di Design di Milano e visiting professor all’Accademia di Belle Arti di Brera.

Milano, 12 maggio 2003
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